Si possono estendere anche a questo cd le considerazioni sulla raccolta di Emil Viklický pubblicata in contemporanea da Vampisoul, col distinguo di una caratura qui leggermente superiore. Simili consto e vicende: Marta Kubišová era alla fine dei Sessanta la cantante piů popolare della Cecoslovacchia, all’epoca in cui la contestazione fu schiacciata sotto i carri armati sovietici. Viene dunque spontaneo essere indulgenti con chi fu bandita per venti anni, benché la ragazza possedesse una voce niente male: profonda e versatile, indecisa tra pop irrobustito di negritudine e tentazioni piů sperimentali alla Grace Slick. Questi gli estremi di brani estratti dagli archivi della Supraphon e risalenti al periodo ’66-’70, quando l’artista calcava professionalmente le scene da tre anni dopo la gavetta in provincia. La svolta fu seguire il pigmalione/produttore Bohuslav Ondrácek a Praga e diventare attrazione fissa del teatro Rokoko, fondare i Golden Kids (degli Os Mutantes assai meno geniali…) e, nel ’68, conferire lineamenti piů ruvidi a un leggero beat-pop orchestrale venato soul.
Il meglio lo offrono i brani autografi: Tak Dej Se… e Svlikam Lasku sono i Jefferson Airplane in chiave errebě, l’ottima Tajga Blues ’69 sta tra Lee Hazlewood e uno Scott Walker femmineo e terreno; le strutture della sensuosa Legendy e della tesa Jakoby Nic sfuggono la banalitŕ. Quando l’Armata Rossa irrompe le luci si spengono: senza paura, Marta seguita a sostenere il dissenso, figura popolarissima perň scomoda cui č proibito esibirsi. Trascorre i due decenni successivi a fare la mamma e il portavoce del movimento Carta 77 con l’amico Václav Havel. Caduto il regime, raccoglie infine il plauso dei compatrioti. Un talento non disprezzabile il suo, in fin dei conti, benché la cosa piů eclatante regalataci da quel paese in ambito rock seguitino a essere i Plastic People Of The Universe.
(6.8/10)
Scheda: Marta Kubišová
Pubblicazione: 09 Dicembre 2009
File under: sciantosa d'oltrecortina
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