Un artista “paradigmatico”, Curtis Harvey. Per la modestia e la partecipazione che emergono da un curriculum folto e immacolato, caratteristiche tipiche di un sentire defilato e, proprio per questo, autenticamente indipendente. Trovi in lui la devozione alle radici e uno sguardo contemporaneo che le trasfigura in misura diversa a seconda delle occasioni; maniere risolute da artigiano esperto e ben consapevole del proprio ruolo. Figura rara che va premiata perché esiste e ancor più quando pubblica dischi di vaglia. Si è dunque preso del tempo per il debutto da solista, l’uomo, dopo aver militato in Rex, Pullman, Loftus e diversi altri progetti incrociando via e strumenti con i Red Red Meat. Affine del resto approccio e provenienza: come innumerevoli connazionali, Curtis è cresciuto con il bluegrass e i suoi dischi di Carter Family, Bill Monroe e dei “nuovi tradizionalisti” non prendono polvere.
Sapete perciò cosa attendervi e cioè l’ennesimo solido mattone sulla strada del cantautorato americano, affrontato spesso e volentieri rifacendosi alla scuola texana del capostipite Townes Van Zandt (Borrowed Time, Bag Of Seeds) e proseguita da Steve Earle (Oldertoo, Across The Sea); concedendosi distrazioni in territori più strettamente folk come la corale Seen o l’inchino a John Fahey di Nod. Sarebbe tuttavia figlio del suo tempo, se non lasciasse tracce in alcuni passaggi strumentali modernisti ben integrati alla scrittura (Medicine), se non ragionasse su una redenzione per Elliot Smith in Joking o non si abbandonasse al familiare blues teatrale e strafatto nella conclusiva Bad Patch?
La risposta sta nel sapiente approccio e nella conoscenza della materia che respiri in questo lavoro sincero, sovente catturato alla prima take sfruttando al meglio mezzi minimali e felici casualità. Un diario illuminante su un amico riservato, ma che batte sulla spalla quando serve. Negli ultimi tempi, molto spesso.
(7.2/10)
Scheda: Curtis Harvey
Pubblicazione: 25 Novembre 2009
File under: country folk
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