Affezionati a una gestione autarchica – compresa l'etichetta, non a caso Cheap Wine Records - e a una formula da sempre in direzione ostinata e contraria, i Cheap Wine potrebbero essere ben rappresentati da un "faccio la mia cosa nella casa" del buon Frankie HI-NRG. A conferma, una lontananza evidente dalle sirene più “in” dell'indie rock attuale e un suono incastonato in certo hard-rock-folk quasi immutabile.
Del resto, quando arrivi al settimo disco – compreso l'Ep d'ersordio Pictures del 1997 - in dieci anni di carriera, di cose ne hai viste fin troppe e poco t'importa di quello che si dice in giro. Soprattutto se già agli esordi eri una mosca bianca. Soprattutto se chi ti segue – in Italia, ma anche all'estero – sa bene dove andrai a parare ed è disposto a condividere ogni tuo passo, come si fa solo con i mostri sacri.
Roots e dintorni, arpeggi di chitarre acustiche che si intrecciano, aromi (naturali) western: è questa la svolta di Spirits. Un disco che stacca idealmente il jack dall'amplificatore pur senza mescolare troppo le carte, che si tratti di brani autografi (il blues crepuscolare di Just Like Animals rubato a certi Dire Straits un po' ruffiani, gli Allman Brothers di Leave Me A Drain, i chiaroscuri jazzati di La Buveuse) o di cover (Man In The Long Black Coat di Bob Dylan e Pancho & Lefty di Townes Van Zandt).
Per una band che viaggia sui binari di un classicismo nobile e sferzante ben piantato nell'immaginario americano tradizionale ma al tempo stesso al riparo dalla nostalgia.
(7.0/10)
Scheda: Cheap Wine
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