Jørgen Træen e John Hegre non sono due novellini. Sotto il moniker Golden Serenades, i due norvegesi torturano i timpani degli incauti ascoltatori già dal lontano 1999 e da allora ad oggi hanno dispensato svariate cassette, Cd e Cd-r che sanno di apocalisse e che fanno sanguinare le orecchie. La loro specialità, e il motivo sostanziale per il quale ne parliamo, è l'instrument bashing: ovvero il suono degli strumenti mentre vengono distrutti. Del tipo che, nel 2007, mandano in pezzi una chitarra del valore di 5000 dollari e che anche i momenti più blandi farebbero impallidire i sabotaggi dei primi Einstürzende Neubauten.
Con Hammond Pops il duo s'allarga a trio. Entra l'organista e ricercatore Sigbjørn Apeland e il titolo del disco si traduce in "scoppi di hammond", quelli che i tre fanno fare al malcapitato strumento. L'incubo è totalizzante, tra picchi acuti e distorti e violenza sconvolgente come solo un maelström dei loro mari artici potrebbe essere. Figura centrale: Apeland e gli sconfinati modi attraverso i quali agghiaccia, e al contempo, ammalia l'ascoltatore.
Quello dei Golden Serenades non è un mero assalto frontale; una sorta di malsana dipendenza si insinua mentre si è sottoposti agli eccessi dell'unica traccia di 40 minuti. Un effetto narcotizzante che impedisce la fuga. Solo per palati estremi e ruvidi, ciò nondimeno attenti, come non mai.
(6.8/10)
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