Recensione
Until One Little Plane
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cantautronica Voti redazione e staff

One Little Plane

Until

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Sia lodato il buon Momus, quantunque non proponga un disco all’altezza del suo talento da oramai troppe stagioni. Sua nei tardi anni ’80 l’intuizione di accostare la calligrafia di Leonard Cohen a sonorità di stampo elettronico, aggiornando in tal modo la forma della canzone d’autore preservandone lo spirito. A lui si deve di conseguenza in non piccola misura il proliferare di songwriters armadi di chitarra e computer, quale più e quale meno con un piede saldo nella tradizione e l’altro lanciato verso la prossima porta da aprire. Una folta schiera alla quale si aggiunge da oggi anche Kathryn Bint, americana del Midwest che ha traslocato in Inghilterra per trovare un contratto discografico e l’adeguato supporto di Kieran Hebdan. La cui mano è facile cogliere nella cura per gli arrangiamenti, benché vada precisato quanto essa sia sapientemente discreta, capace di tener conto dell’origine acusticamente folk delle composizioni. Non snatura, Mr. Fourtet, semmai integra e in tal modo concorre a consegnare una delle più azzeccate interazioni tra passato e presente applicate alla forma canzone di questa prima metà d’anno.

Tra sottintesi, piccole inquietudini e un universo poetico intessuto di trasognata quotidianità, One Little Plane sembra difatti chiarire traguardi e vocazione già nell’uno-due d’apertura di Rise e Nobody Out There, dove la modernità irrompe felicemente in un’Albione bucolica e misterica, salvo volgere più avanti lo sguardo alla psichedelia inzuppata di raga orientale Take Me Home. Penseresti allora di aver trovato la chiave del rebus, tuttavia eccoti nel pieno di piacevoli sorprese: il singolo Sunshine Kid e l’allegra Lotus Flower spediscono Solex e le Breeders in gita di piacere, laddove Make Of Me e la delicata, struggente The Snails Are Out Tonight provengono da territori folk, puri e degni di Joni Mitchell, a dispetto di un timbro vocale teso a far cosa sola delle asperità di Kristin Hersh e della malizia di una giovane Rickie Lee Jones. Dato il profluvio di nomi e referenze, sarebbe a ogni buon conto errato ritenere Untilun esercizio di stile senza sostanza: a tirare le fila concorrono una mano compositiva brillante e la ferma volontà di fondere le diverse anime (che Hanne Hukkelberg abbia trovato una seria antagonista?). E’ ciò che accade negli episodi di gran lunga più persuasivi di un lotto che non conosce cali: una title-track dal morbido, sinuoso incedere in punta di scampanellii; Long Time Ago liquida camminata nella terra dei sogni. Her future looks bright.

(7.5/10)

Pubblicazione: 01 Settembre 2008

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Giancarlo Turra
Giancarlo Turra (Album 2008)

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