Al declino del gothic metal, genere che ha avuto gran lustro una quindicina di anni fa grazie a band provenienti dal doom come Anathema, My Dying Bride e gli stessi Paradise Lost, non c’è rimedio. Meglio tornare ai fasti di allora e giocare un po’ con la propria (relativa) celebrità, ondeggiante tra il nu metal e MTV. Riproporre schemi del passato provando ad arginare la deriva melodiosa che affligge il genere da ormai troppi anni, appare una soluzione comoda e poco rischiosa, quando non si riesce a cambiare strada o si fallisce nel tentativo di farlo.
Del resto, quindici anni sono un lasso di tempo consistente, sufficiente a giustificare un' operazione revivalistica. Nel 1995 usciva Draconian Times, ancora oggi l’album più riuscito della band britannica e uno dei dischi che maggiormente ha contribuito a portare alla luce (del mainstream) le atmosfere fredde e caustiche del doom metal. Oggi, nel 2009, riascoltare quei riff pesanti e compressi, quelle melodie vocali languide ma pronte a trasformarsi in spaventosi ruggiti, quei colpi di batteria lenti e inesorabili come una campana a morte, fa sorgere la solita domanda: ma c’era proprio bisogno di rifarlo?
Anche perché nel frattempo il sound della band è cambiato, spostandosi verso un metal più convenzionale in stile Metallica di qualche anno fa. Tanto che la Title Track sembra scritta e cantata da James Hatfield in persona.
Una buona notizia per i metallari, questo ritorno dei Paradise Lost a sonorità più dure e spigolose, dopo le infelici divagazioni synth pop di fine anni ’90, già anticipato dal precedente In Requiem. Ma a parte le esplosioni death di Living With Scars, le tipiche orchestrazioni gothic di Frailty e l’attacco senza fronzoli di Universal Dream, l’album è tutto un susseguirsi di ritornelli orecchiabili e fraseggi di chitarra prevedibili. Che sia giunta anche per loro l’ora di farsi da parte?
(5.0/10)
Scheda: Paradise Lost
Pubblicazione: 09 Novembre 2009
File under: Gothic Metal
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