James Cargill e Trish Keenan avevano bisogno di uno come Julian House, la mente che sta dietro il progetto The Focus Group (nonchè uno dei luminari che tengono le fila della Ghost Box). Ne avevano bisogno per tirare fuori i Broadcast da una dimensione stanca fatta di luci e pailette sempre meno accecanti.
Questo mini album, che si fa parecchio vanto della componente sperimentale, cala l'asso della liturgia psichedelica e acida consegnando alle stampe un patchwork di micro vignette deviate dall'umore allucinato e allucinante. Salvo qualche caso maggiormente meditato - come il singolo The Be Colony e la nenia iper psichedelica Make My Sleep His Song - il proposito del trio non è tanto quello di concepire musica pop, quanto proprio quello di creare un umore, un'atmosfera, un brivido. Si uniscono così cadenze tipicamente britanniche a venature algide ed eteree a metà tra Stereolab e Pram che hanno fatto la gloria dei Broadcast, un'inquietudine costante che sa di paganesimo folk modello The Wicker Man, registrazioni e strumentazioni analogiche, field recordings, farfisa, arpe, ciondoli, cori di bimbi.
All'inizio si rimane frastornati e storditi da un simile groviglio di idee, salvo poi lasciarsi prendere dalla malia dell'operazione: certe trovate inquietanti da psichedelia negativa meritano di entrare nella collezione degli orrori della musica rock, a due passi dagli incubi più neri di Ummagumma dei Pink Floyd. In altre circostanze, la mano di Julian House prende oggettivamente il sopravvento portandoci per terreni decisamente Ghost Box a certi misteriosi strumentali sempre ricchi di soluzioni e incanto (library music, colonne sonore di film perduti di serie B, repertori classici straniati, inserti psichedelici da ogni latitudine).
Se è il lasciapassare per un nuovo percorso all'insegna della bizzaria più programmatica allora i Broadcast avranno una vecchiaia delle più eccitanti. Dal canto suo The Focus Group si conferma uno dei nomi più elettrizzanti dell'attuale scena sperimentale.
(7.8/10)
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