Dell’impagabile follia del caro Sufjan sappiamo già, sintomo di un talento popedelico come minimo eclettico e parecchio scombiccherato, quel tanto che basta a scardinare aspettative, tracimare steccati di genere e catalizzare attorno a sé una bella fetta di scena underground (St. Vincent, My Brightest Diamond, DM Stith, Welcome Wagon). Fare un disco normale? Figuriamoci, manco a parlarne, e del resto il sospetto è che il ragazzo si diverta così, scodellando album un po’ come e quando gli pare, mosso da smisurata ambizione (Greetings from Michigan e Illinoise, i primi due capitoli della serie “dedicare un album a ciascuno stato degli States”), fervore ecclesiastico (Songs for Christmas, indigestione di vischio, scampanellii e carole natalizie) e strampalatissimi concept (Enjoy Your Rabbit, dedicato all’oroscopo cinese).
Per quanto mi riguarda, un (geniale) cialtrone. Il problema, semmai, sta nella difficoltà oggettiva di giudicare operazioni laterali e all’apparenza imperscrutabili come questo Run Rabbit Run: non un disco nuovo o quasi, trattandosi di una riedizione in chiave interamente orchestrale del già citato Enjoy your rabbit (2001), commissionata dal collega Bryce Dessner (The National) al quartetto d’archi Osso e affidata agli arrangiamenti di nomi illustri (fra gli altri Nico Muhly, già al servizio di Antony e Grizzly Bear). L’elettronica pauperista e sui generis dell’originale ne esce ovviamente trasfigurata quando non totalmente stravolta, divenendo più che altro il pretesto per un’opera di riscrittura entro i canoni della musica “colta”, per quanto lontana dalle sale dell’accademia.
Dismessi i tramestii sintetici e il vago alone Warp, le canzoni prendono così la forma di soundscapes disneyani (Year of the Rooster), musiche da camera (degli orrori) (Year of the Dog) e avanguardia in un profluvio di note che non sai se più pretenzioso o ammorbante. Fate un po’ voi. Io mi tengo la foto di Sufjan nel taschino, e qualche perplessità
(5.0/10)
Scheda: Sufjan Stevens
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