Recensione
Mothertongue Nico Muhly
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contemporanea Voti redazione e staff

Nico Muhly

Mothertongue

Bedroom Community

Ha solo ventisei anni Nico Muhly, ma già la carriera di un compositore affermato. Figlio del nuovo millennio, Muhly ha studiato alla Juillard School con John Corigliano (premio Pulitzer come compositore), già lavorato con musicisti del calibro di Philip Glass e, come arrangiatore, vanta collaborazioni con nomi piuttosto noti nell’ambito della popular music, tra i quali vale la pena di citare almeno: Will Oldham, Antony Hegartye Bonnie “Prince” Billy (in The Letting Go).

Questo suo stare continuamente in bilico tra ambito popular e composizione sperimentale ci ricorda molto un suo coetaneo, Dave Longstreth, noto ai più come Dirty Projectors. Così come per Longstreth, le scelte compositive di Muhly attingono ad una miriade si soluzioni che includono, senza alcun timore reverenziale, la polifonia seicentesca, l’orchestra classica e le tecniche di campionamento.

E quanto più radicali si mostrano queste combinazioni, tanto più interessanti si fanno i suoi lavori. E viceversa, ovviamente: dove non c’è originalità c’è imitazione. Mothertongue, secondo album in studio del Muhly “compositore” rispecchia le due facce della medaglia. Da una parte un atteggiamento sfrontato verso la storia della musica, dall’altra il rischio di cadere nel puro e semplice rifacimento. Le tre composizioni che costituiscono l’album sono tutte costruite sull’uso della voce e la sua interazione con gli strumenti. Di queste, l’iniziale Title Track è, in qualche modo il manifesto concettuale: un collage di voci che recitano indirizzi e numeri di telefono presi direttamente dall’agenda dell’autore, sovrapponendosi.

Il richiamo al minimalismo di Glass e a certe tecniche compositive di Laurie Anderson, è fin troppo evidente, rendendo un ottimo lavoro abbastanza superfluo rispetto alle sue ambizioni. Molto meglio gli altri due brani. Il taglio stranamente neoclassico che Muhly conferisce alle partiture di Wonders e The Only Tunerisulta di gran lunga più interessante: entrambi si presentano come esercizi stilistici giocati tra passato e presente. Nel primo caso il Rinascimento inglese di Byrd e Taverner, evocato da sprazzi di polifonia e dal suono del clavicembalo, incontra e si scontra con la voce della cantante islandese Helgi Hrafn Jònsson(che in questo caso suona anche il trombone), con sample e pennellate orchestrali.

Le tre parti di The Only Tune, invece, hanno come sfondo la folk song americana. Alla voce, il banjo e la chitarra di Samamidon sono aggiunti arrangiamenti orchestrali che ancora una volta dimostrano l’abilità di Muhly in questo ruolo. Abilità che non risulta ancora adeguatamente compensata da capacità compositive talvolta acerbe e in fase di sperimentazione. Ha tutta la nostra fiducia. Tempo ne ha: il ragazzo ha una vita davanti!

(7.2/10)

Scheda: Nico Muhly

Pubblicazione: 01 Settembre 2008

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Daniele Follero
Daniele Follero (Album 2008)

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