Recensione
All Things Philos Philomankind (The)
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rock Voti redazione e staff

Philomankind (The)

All Things Philos

A Buzz Supreme

Tutto è estremamente prevedibile. O se volete coerente. A cominciare da un digipack che nella grafica richiama gli anni sessanta e il periodo esotico/spirituale dei Beatles (Rickenbacker, amplificatori Vox, Guru indiani) per arrivare a una musica che fin dalla prima traccia (Yogi Dananta) riprende il discorso lasciato in sospeso dai Fab Four ai tempi di Revolver – fascinazioni etniche comprese – per aggiornarlo con i cloni anni novanta tipo Kula Shaker.

Eppure questo secondo disco dei Philomankind – in linea con l'esordio Ask del 2005 – si lascia ascoltare con un certo piacere. Da un lato per la semplicità e la cura con cui la formazione pisana rielabora un po' tutto il pop inglese e americano dei Sixties (gli Who di Benjamin, il soul di Nothing To You, ancora i Beatles di I'm Gonna Wait For The Time, i Beach Boys di Goodbye Ev'rybody) intrecciando voci, pianoforti, chitarre elettriche e un basso rubato al McCartney più psichedelico. Dall'altro perché il lavoro dei cinque è un riciclo ad ampio raggio ma filtrato da una leggerezza quasi da cartone animato.

C'è la voglia di non prendersi troppo sul serio, insomma, e di portare a termine una raccolta differenziata del decennio d'oro del rock con sguardo disilluso. Mettendo in mostra tutta la propria arte ma anche un'ironia di fondo (Mr Guru, please, won't you liberate my mind / doctors have all failed / everyone left me behind / i will wisper OM / till you tell me to stop to / when the work is done / i will sign a check to you) che non dispiace per nulla. Si tratta di un prodotto ovviamente derivativo, ma ma c'è il filtro deformante della provincia italiana ad assicurare qualcosa di più di un semplice dejavù della Londra più swinging.

(6.9/10)

Pubblicazione: 06 Novembre 2009

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Fabrizio Zampighi
Fabrizio Zampighi (Album 2009)

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