Un paio d'anni fa Puddle City Racing Lights non ci convinse fino in fondo. Un tentativo curioso di ritagliarsi una dimensione fumettistica sci-fi, romanticamente apocalittica a partire dall'artwork, qualche buona intuizione in un minestrone sì iridescente ma del tutto artificioso, un ascolto improbabile anche a sforzarsi di sospendere la credibilità. Il qui presente Epcot Starfields, opera seconda dei londinesi Windmill, compie in effetti un apprezzabile salto di qualità.
Perché spinge il gioco al livello successivo, decolla in un proprio altroquando dove la scenografia è una mischia assieme intima e cosmica, cameristica e visionaria, stropicciata fin dalla voce dell'one man band Matthew Thomas Dillon. Una voce improbabile e immaginifica come il fervore balzano dei Flaming Lips più spacey, però mediata da uno slancio bucolico Polyphonic Spree (Big Boom, Ellen Save Our Energy). Al suo meglio, ti sembra di avere a che fare con la grandeur dei Coldplay accartocciata fino a diventare una pallina rugosa galleggiante nello stesso cielo dei Mercury Rev (Airsuit). In altre circostanze, ti ritrovi a bazzicare certe luccicose atmosfere Eels tra sbroccamenti Daniel Johnston (Epcot Slow), così come di scomodare le intuizioni post-prog del Billy Corgan altezza Adore (Sony Metropolis Stars).
Il trucco c'è e si vede. Ma in certe baracconate c'è del fascino. E un sospetto di sostanza.
(6.4/10)
Scheda: Windmill
Pubblicazione: 09 Novembre 2009
File under: wave psych pop
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