Sin dai primi passi, sul capo di Sharin Foo e Sune Rose Wagner pende la spada di Damocle dei Jesus & Mary Chain spiaccicati contro il muro del suono. Solleticano l’ipotesi di un lp mai uscito collocabile tra le psicocaramelle e l’affilato glam ‘n’ roll di Automatic (si vedano Bang! e Break Up Girls!); che, saltato con slancio Darklands, mostra chi comanda ai cloni frattanto venuti al mondo. Grossomodo, perché l’ascolto attento rivela interessanti sfumature e persuade come, per conquistarsi il rispetto di Alan Vega e Moe Tucker (altri santini di peso rilevante), qualcosa devi averlo; idem per non finire come The Kills, inghiottiti da un glamour senza sostanza.
E, già che ci siamo, anche e soprattutto per risultare freschi, riciclando con arguzia quando tratteggi cartoline anni ’50 avvolte in lynchiani stridori (facile immaginare Julee Cruise alle prese con Oh, I Buried You Today e Wine), quando allestisci un twang modernista per motociclisti intellettuali (Heart Of Stone) e quando cali l’asso Gone Forever (i Ramones di Pet Semetary cosparsi di lustrini del duemila). Come a dire che il duo guarda indietro spesso e volentieri, eppure creandosi una nicchia personale e sovrapponendo le epoche una sull’altra, ri-creando in laboratorio la nostalgia per tramutarla in sfuggente “attualità”.
Ecco spiegati i riverberi techno-pop in ricercata bassa fedeltà che non potevano darsi negli ‘80 e oggi invece sì (D.R.U.G.S., Breaking Into Cars); ecco quel discettare di suicidi e violenze col sorriso sulle labbra, riproponendo lo scarto tra parole e musica appartenuto ai Phil Spector e Brian Wilson che presenziano all’ottimamente congegnata Boys Who Rape (Should All Be Destroyed) e a Suicide, stellare riassunto delle influenze sin qui nominate. Non geni ma neppure ordinari mestieranti, i Raveonettes. Dei birbanti dotati di intuizioni di pregio e stile da vendere, casomai, scivolati fuori da un “remake” a cartoni animati di Velluto Blu.
(7.2/10)
Scheda: Raveonettes (The)
Pubblicazione: 30 Ottobre 2009
File under: noise-pop
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