Si permette un po’ di tutto, David Adamson. Apre (Phantom Don’t Go) con una finta percussione da pellerossa e mette subito sul piatto la sua estetica: hip-hop, indie obliquo, e tanta, tanta disinvoltura. Un cantato tipico del bianco che cita il nero e la classica esplosione dell’indie da cameretta che non sta nella pelle ed esce per strada, nel mondo, negli altri mondi.
Disinvoltura, si diceva, per molti versi figlia di quella inaugurata da Beck ma qui tutta interna all’universo che sta sotto alla linea che separa dal mainstream. Anche quando i Jookabox tentano Evil Guh, una sorta di ballata meditata su un tappeto di inquietudine, il prodotto non è rettilineo e – cosa gradita qui a SA – non ci fa certo puntare al tavolo su come la vicenda potrebbe finire. Il protagonista di Dead Zone Boys è un fantasma birichino (eufemismo per spaccone) che si apposta nelle tracce per fare loro attraversare i muri. E Don’t Go Phantom se ne fa portavoce, rendendo evidente, fra l’altro, il contributo di un altro personaggio che non sta quieto neanche un attimo, e che gioca come David costantemente con l’accumulo, piuttosto che con la sottrazione. Parliamo di Rafter, che qui è responsabile di missaggio e masterizzazione, come anche forse di un’atmosfera condivisa con Jookabox. Senza dire chi ha donato cosa o chi ha influenzato chi; i due vanno insieme per sensibilità ipertrofica e divertimento tronfio.
I quattro Jookabox sono dei bear (con bearesse) che amano smuovere le acque, ma di fatto è possibile spogliare il loro operato, e scoprire che sotto ci sono canzoni indie. Grossa differenza con l’hip-hop da cui questa musica sembra a ogni traccia provenire con più forza. Eppure l’operazione è ingiusta. Se anche questo è folk o indie-pop per gente che ha una soglia del popolare molto alta (East Side Bangs/East Side Fade), è nella smania produttiva che si articola la cantautorialità da cameretta di Adamson. Ed è così che You Cried Me sembra una facile canzone con tutti i crismi, ma in realtà è appena più veloce del dovuto, ha fretta e non può fare a meno di farcelo notare, finendo per non essere banale come sembrava. Stesso discorso per l’elettropop di Zombie Tear Drops. Stessa analisi per il disco: è il fantasma che si aggira a diventare elettronico, artificiale, eppure tanto terreno…
(7.0/10)
Scheda: Jookabox
Pubblicazione: 03 Novembre 2009
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