Ben (lo sconosciuto Greg Timmermans) è diverso, è un diciassettenne affatto dalla sindrome di Aspergen, forma lieve di autismo. Detto in breve ha problemi relazionali, per il resto funziona tutto (o quasi) alla perfezione. Per questo preferisce vivere in un mondo tutto suo aggrappato alla realtà del gioco on-line Archlord. Bullismo, autismo e logiche di branco per una gioventù inquieta. Ecco i dati essenziali per l’esordio alla regia di Nic Balthazar, risalente al 2007. Una campagna promozionale sapientemente orchestrata, un costo di soli 15M€, una serie di premi collezionati nei più svariati festival.
Non siamo di fronte ad un nuovo Rain Man (Barry Levinson, 1988), forse più legittimo pensare a Donnie Darko (Richard Kelly, 2001), conigli esclusi. Certo è che dopo il terribile sequel del film di Levinson, S.Darko ogni riferimento al vecchio e caro Donnie è andato a farsi benedire, quindi si potrebbe dire più semplicemente che non si tratta della classica menata sociologica. Per fortuna. Non che in più di un’ora di pellicola non vengano toccate tematiche spinose, tutt’altro. Solo che il regista ci risparmia il pietismo e le lacrime, nell’ultimo scatto pecca di morale, ma non poteva essere altrimenti visto il colpo di scena finale forzato, forse indigestione di ostie e acqua santa. Del resto per tutto il film lo spirito da chierichetto del regista un po’ lo si respira. Ben sotto effetto di una droga sintetica recita le stesse parole di Cristo in croce, nel suo tragitto verso scuola osserva costantemente la facciata di una chiesa, la sua arma è un crocifisso. Del resto i suoi nemici sono simili alle presenze infernali che affronta on-line. Ovviamente premio della giuria Ecumenica al Montréal World Film Festival.
Indubbiamente lodevole, però, il tentativo di non fermarsi semplicemente ad una condanna di certi atteggiamenti. Donnie, Ben, sono tutti primi piani di una panoramica sulla generazione d’oggi. Se il telefilm e il piccolo schermo offrono una visione più spensierata e glitter, il cinema ne mostra il lato sofferente. Filo di conduzione è l’incomunicabilità, e non siamo in un film di Antonioni. Perché qui non ci sono silenzi. Ci sono monologhi e discorsi profondi senza prospettive. Ci sono telefonini e computer che trasferiscono frammenti di una personalità che tende a comporsi quotidianamente come un avatar virtuale allo specchio. Signori e signore ecco l’ovvio paradosso nella società dell’iper-comunicazione, niente di nuovo dal fronte. Camere che diventano bunker per una generazione di otaku senza fumetti, universi personali che parallelamente sono segnale evidente della disgregazione della famiglia. Filo ratzingeriano. Autistico e figlio di una coppia separata. Si riscatta dai pensieri suicidi solo quando in soccorso vengono entrambi i genitori. Titolo e nickname ma anche indizio, in olandese «Ik ben niks» significa sono nessuno. Per noi traducibile nel pirandelliano uno, nessuno, centomila. Nessuno come quello che è convinto di valere il protagonista. L’ultima è la possibilità delle vite online, ma anche l’universalità della storia di un Ben qualunque. E visto il modo in cui la notizia del suicidio viene data dal telegiornale, una percentuale di suicidi e casi depressivi tra i giovani fiamminghi ci si rende conto che poi tanto singolare questa vicenda non è.
Ispirato ad una vicenda realmente accaduta, poi bestseller come romanzo e successo teatrale, ora film, futuro remake targato Hollywood. Un po’ quest’ultima vita spaventa, ma si sa, quando si parla di videogiochi è abbastanza facile guadagnare una vita in corso. +1up. Per quando la realtà virtuale è un rifugio contro l’impossibilità del quotidiano. E verrebbe da dire, non solo per quelli come Ben. Chi si ricorda il Thomas In Love di Pierre Paul? Nell’epoca di Second Life e Second Skin (Juean Carlos Pineiro Escoriaza, 2008) i MMORPG (Massive Multiplayer Online Role Game) diventano l’ultima frontiera della Terra Promessa. I rifugiati aumentano proporzionalmente ai video di certe bravate su youtube. Così la vita di Ben è in realtà quella di Ben X. Costruzione dell’avatar allo specchio. Quella reale è solo una parentesi obbligatoria tra il caricamento di un livello e l’altro. Realtà antitetiche che si vengono a scontrare. La celebrità per il conseguimento dell’80° livello in rete e la celebrità per le angherie cui è costretto a sottoporsi. Ben poco di eroico nella vita vera. Il problema sarà quando in pericolo verrà messo il suo mondo online, la sua isola felice. Dopo essere stato denudato e filmato, il ragazzo scopre che il video è stato caricato in internet. Viene violato così il suo universo sacro. Game Over o quasi. Fino a quel momento il film procede abbastanza linearmente, nonostante i salti anche visivi tra il mondo virtuale e quello reale. Poi nonostante tutto il nostro buon cuore ci si aspetta che, insomma, Ben schiatti. Ogni società ha bisogno di un martire e il nostro perbenismo era già pronto a usare questo esempio per commuovere.
Tolta la breve parentesi in cui si assapora la possibilità di un omicidio di un’ignara passante, la parte finale è centrata sul progetto autodistruttivo del protagonista. Distruzione della postazione di gioco al pc in un going berserker allucinato, quindi temporanea morte nel mondo virtuale. Poi pianificazione di quella reale, ma a ritmo sincopato. Requiem che inizia con una lametta davanti allo specchio, poi in un letto ed infine in stazione. La storia vera probabilmente sarebbe finita lì. Ma il Gianni Rodari d’ Olanda ricorda che se per fare un albero ci vuole un fiore, per fare capire certe cose ci vuole un martire. Solo che il suo nascosto fervore religioso deve averlo spinto ad una resurrezione on stage.