Il folk rock che si nutre di smarrimenti, gioie e dolori di stare al mondo, è quello che quando lo incontri non smetti di sentirlo vivo. A patto che ci sia l'ingrediente inedito: in questo caso, il fattore umano Richmond Fontaine, band di Portland attiva dal '94, sette album alle spalle che hanno fruttato una popolarità rannicchiata ma crescente. Se è arrivato il tempo della meritata consacrazione, il disco giusto non può che essere questo Thirteen Cities. Perché in quattordici tracce tutti i fili stesi negli anni vengono raccolti, intrecciati, spampanati, immersi nel liquido combustibile e accesi come segnali nella fuliggine.
Le trepide peregrinazioni acustiche di Winnemucca (2002) e i tremori elettrici di Post To Wire (2004), forse le loro opere migliori, più tutto quel che sta nel mezzo: come la verve dolceagra Calexico di Moving Back Home #2, che guarda un po' ospita proprio la sezione fiati del combo di Burn e Convertino; o come la stentorea doglianza Wilco di Ghost I Became, voce rotta, violoncello e organo luccicoso; oppure come il talkin' su ballad assorta & compunta di The Disappearance Of Ray Norton, in bilico tra un rapimento Pearl Jam (quelli di I'm Open) e una laconica perorazione Lou Reed (quello di Christmas In February).
Eppoi, uggie gelbiane ($87 And A Conscience That Gets Worse The Longer I Go), pietas folk ad altezza d'uomo (St Ides, Parked Cars And Other People's Homes), gravità sabbiose (lo Steve Wynn a crudo di I Fell Into Painting Houses In Phoenix, Arizona) e valzer attoniti (il Jim O'Rourke narcotizzato Red House Painters di Ballad Of Dan Fanta). Ok, i sentori sono tanti. Ma il corpo e la struttura ce li mettono i Richmond Fontaine. Pronti a cucire l'ennesima epifania folk-rock sulla pelle di questi anni confusi.
(7.0/10)
Scheda: Richmond Fontaine
Pubblicazione: 05 Febbraio 2007
File under: folk rock
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