Recensione
Imperial Distortion Kevin Drumm
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drone music Voti redazione e staff

Kevin Drumm

Imperial Distortion

Hospital Productions

Era difficile attendersi da Kevin Drumm quello che poi è arrivato con questo suo ultimo disco. Con un titolo come “Distorsione Imperiale” e un’etichetta come la Hospital Productions, che per la cronaca è la label di Dominick “Prurient” Farnow, ma soprattutto con dischi come e il Gauntlet con Daniel Menche in curriculum, uno tutto si sarebbe aspettato, tranne che questo mammuth minimalista in forma di kolossal avantgarde. La sorpresa, per quelli più attenti, era stata parzialmente rovinata, qualche mese or sono, da Snow, cassettina in poche copie licenziata dalla Hospital, che già mostrava il musicista alle prese con toni e droni, in versione minimal accademica. Una preghierina in due tempi dedicata alla neve e ispirata al sacro pantheon di riferimento: Phil Niblock, Tony Conrad, Elian Radigue... viene poi ripresa anche qui nei suoi due movimenti e messa ad ovattare il passaggio tra il primo e il secondo disco, perché di doppio album si tratta. Questa versione minimale di Drumm però, non ha nulla a che fare con la musica delle sfere celesti. Non c’è nessuna musica eterna da evocare, nessun sindacato del sogno, niente del genere. I sei monumentali droni del disco non corteggiano il classico orizzonte di riferimento. Parafrasando uno dei titoli e la frase di Christine Chubbuck riportata nell’artwork, la drone music by Kevin Drumm chiede (ed ottiene) “più sangue e budella”. Calato, infatti, in una dimensione allucinata e allucinatoria pressoché costante, Imperial Distortion mostra a suo modo similitudini con alcuni nuovi sperimentatori black metal, gente che converte le leghe metalliche piùsinistre e minacciose della scena black, in sfocati paesaggi ambientali. In altre parole Kevin Drumm si dimostra più vicino a gente come Procer Veneficus e che non a La Monte Young. I sinistri rintocchi dell’iniziale Guillain-Barre tra l’altro non nascondono certo un gusto per la scenografia orrorifica stile primo Lustmord. E cosi per tutto il disco. Tutte le note sostenute vengono ovattate e riverberate, trasformate in dronante tappezzeria dell’incubo. Notevolissimo in questo senso il lavoro di revisione per le due Snow con un uso tridimensionale e realmente abissale dei toni. E ascoltando questa musica assume un connotato diverso anche la foto dell’artwork di una stanza male illuminata. Una marea di dischi. Un poster dei Deicide appeso alla parete (si scorge anche la copertina del loro capolavoro Legion) con un sintetizzatore valvolare adagiato per terra e la frase che Christine Chubbuck, reporter televisiva di Channel 40 negli anni ’70, disse pochi istanti prima di spararsi alla tempia in diretta televisiva: “In keeping with Channel 40's policy of bringing you the latest in blood and guts, and in living color, you are going to see another first: an attempted suicide”. Il suicidio artisticamente non necessariamente paga. Commercialmente quasi sempre. Ma non è questo il caso. Quella di Drumm è semplicemente una delle migliori colonne sonore che possiate ascoltare per sonorizzare la prossima apocalisse.

 

(7.8/10)

Scheda: Kevin Drumm

Pubblicazione: 01 Settembre 2008

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