Dici Labrador e sai già cosa aspettarti: il solito (l’ennesimo) dischetto infarcito di melodie adolescenziali, psichedelia da cameretta e badilate di feedback che farà la gioia degli indie rocker più nostalgici e assorti. Segno di una cifra estetica prima ancora che artistica oramai ampiamente canonizzata (a mò di ripasso, andatevi a ripescare il monumentale cofanetto confezionato dalla label svedese a compendio dei primi dieci anni di attività), con tutti i pro e i contro del caso, laddove – e capita spesso – si ha l’impressione che il consueto dispiegamento di mezzi si esaurisca in un grazioso giochino di citazionismi e rimandi.
Non fa eccezione questo nuovo capitolo – il quarto – a nome The Legends, truppone – nove elementi in tutto, impegnati a destreggiarsi fra organo, percussioni, tamburi, chitarre furenti e svolazzi vocali – messo su dal patron di casa Johan Angergård (non bastassero Club 8, The Pallers, Acid House Kings e qualcos’altro). Dodici brani in scaletta, equamente ripartiti fra soavi reminescenze Sarah Records (la new wave a tinte pastello di Something Strange Will Happen, il bel bozzetto acustico di Jump o il saltellare twee di Monday To Saturday) e le immancabili nostalgie shoegaze, e del resto non è mai stata un mistero l’ossessione del Nostro (vedi il baccanale Loveless inscenato da una costipatissima Dancefloor, o il turbinio di watt e riverberi che strapazza la melodia smaccatamente pop di Always The Same).
A fare la differenza, semmai, è l’efficacia di un songwriting che, per quanto derivativo, riesce a reggere egregiamente il confronto con gli illustri maestri. In attesa che quelli tornino in cattedra, ma tanto ormai chi ci crede più.
(6.7/10)
Scheda: Legends (The)
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