Recensione spot
The Strange Dreams of Paul White Paul White
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Paul White

The Strange Dreams of Paul White

One-Handed Music

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Ce lo immaginiamo Paul White, mentre si gira e rigira nel letto, incapace di un sogno tranquillamente percorso dall’inizio alla fine? L’ascolto di The Strange Dreams Of Paul White ce lo fa immaginare, ma ci mostra anche il sorriso del Paul che non dà pace al suo Inconscio. Non di certo l’inquietudine.

Dietro a Paul c’è tutta la cultura del frammento del solito Madlib, e con Madlib Paul condivide al qualità elevata del prodotto e la capacità di insinuare tra le note altrui (o di tutti) il proprio tocco, la propria firma; il miscelatore tocca inincondizionatamente il passaggio tra l’underground post-punk/post-no-wave/mutant della New York di fine Settanta e la nascita del rap/break beat/nuovi impulsi black dell’inizio Ottanta. Pure momenti Wu Tang Clan, ovviamente. Ma in tutto questo il tratto distintivo (il gusto) di Paul ricorda il lounge-soul raffinato e caldo di Flying Lotus (una su tutti: Let Your Imagination Go), specie nell’estetica dei risultati dell’operazione di cut-up.

Piena California dunque (nonostante White sia londinese). Ma in un senso molto più stratificato di quello che si pensa. Che dire per esempio di quando ci fa sobbalzare dalla sedia mentre riconosciamo all’istante la voce di Captain Beefheart mentre patafisicamente pronuncia “Fast & Bulbous” (Alien Nature)? Il mondo dei sogni di Paul White va molto più indietro nel tempo, recupera pezzi di cultura musicale che semplicemente non ci si aspetta, quasi fossero fuori contesto. Paul lancia una sfida continua all’ascoltatore, costruisce una lotta di indizi, che depone come tracce (in senso investigativo) nelle tracce (nel senso di pezzi musicali). La voce di Byrne quasi subito, la lente up-tempo su 21st Century Schizoid Man dei King Crimson in The Uprising Of The Insane, e subito dopo i Kraftwerk in Time Wars… In Waiting For Time c’è persino Terry Riley.

Come Madlib c’è il frammento di una cultura intera, diversamente da Madlib quella cultura non è affatto black-centrica. E la cosa davvero interessante è che in questo far baluginare in continuazione la propria enciclopedia musicale (e la discografia), White riconsegna sempre una comunanza di mood. Il mondo dei sogni è esteso, ma Paul lo riconduce (ci riconduce) a sé.

(7.3/10)

Scheda: Paul White

Pubblicazione: 02 Ottobre 2009

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