Please Kid, Remember è il ritorno del misconosciuto Andrew Morgan, songwriter e arrangiatore chamber pop che i più attenti avranno conosciuto con Misadventures in Radiology, pubblicato sei anni orsono (e ristampato dall'etichetta di Sonic Boom nel 2005).
E se sono passati anni da un esordio noto soprattutto per il contorno di tragedie che si portò appresso (la morte del sostenitore Elliott Smith che gli prestò il suo studio - il New Monkey a Los Angeles - e un tornado che quasi si portò via lui e l’udito), le vicessitudini che caratterizzano il sophomore di cui vi parleremo non sono certo state lusinghiere. Altri brutti fattacci hanno costellato la già triste biografia del cantante: un’allergia che gli paralizza per tre mesi le corde vocali (!), povertà, debiti, pene d’amore che neppure li consideriamo problemi in confronto ad altre morti che gli accadono (un amico si suicida) e alla pazzia che nel frattempo gli cresce come l'acqua sotto i piedi (un altro viene sbattuto in un istituto stile Hugo di Lost).
Morgan rischia seriamente di non farcela. Le registrazioni dell'album, tra Chicago e Kansas, subiscono ritardi e fermi interminabili e una prima versione delle tracks viene gettata alle ortiche. Troppi fantasmi nella testa e troppa l’ansia di non essere all’altezza del secondo capitolo di un opera sulla pazzia che ad ogni modo vede la luce ora cogliendo tutti di sorpresa.
Date le premesse, l'attesa per un nuovo Nick Drake, Tim Buckley e soprattutto Elliott Smith è sicuramente alta e il packaging che spinge al massimo l'effetto reliquario va sicuramente a fomentare un supposto capolavoro quale Please Kid non è e non sarà.
Avere sfiga non significa partorire pietre miliari perché se ogni capolavoro sulla pazzia è fatto soprattutto di difetti, imperfezioni, discontinuità e sfaccettature anche infinitesimali (Daniel Johnston ti amiamo per quello), Andrew di scoperchiare i propri demoni proprio non ne vuol sentir parlare, anzi, imbottito di chissà quante pillole, canta ogni canzone allo stesso modo, producendo in chi ascolta un’assuefazione tremenda. Immaginatevi un maelstrom di chitarre 12 corde, bassi di diversa accordatura, piano, harpsichord, archi e arpe, corni vari, timpani, glockenspiel, harmonium e ancora, chitarre elettriche, shackers, battiti di mani, un coro femminile, tamburelli e chi ne ha più ne metta, rovinati da una produzione tremendamente ovattata e cristallizzante, da una parte, e un cantare serafico, egocentrico, dandy e nichilista che ti conduce ogni melodia con il medesimo fare sussurrante e serafico dall'altra.
Presumibilmente convinto che il passato gli dia delle licenze (impossibili), l'aspetto più irritante delle brevi composizioni è la pretesa di trasformare in oro una medesima strategia canora/arrangiativa che da sola già non si tiene e - peggio - non comunica arte ma compiacimento.
E pare che il Nostro abbia già in mente il prossimo disco. Si chiamerà Grey Light of the Season. Se una lucidità maggiore e un produttore di peso gli porteranno consiglio, potremmo forse sperare in un disco di canzoni e non in un fantasmino di Elliott Smith sotto formalina.
(4.5/10)
Scheda: Andrew Morgan
Pubblicazione: 10 Ottobre 2009
File under: Chamber pop
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