Recensione
Mi voglio bene come un figlio Joujoux D'Antan
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indie Voti redazione e staff

Joujoux D'Antan

Mi voglio bene come un figlio

Kandinsky

Una voce che è una via di mezzo tra Thom Yorke e Kazu Makino dei Blonde Redhead – ma e di un uomo, Marco Tonincelli - e una musica che dai Blonde Redhead riprende le derive più malinconiche estremizzandole in passaggi onirici arrangiati, grotteschi, talvolta inquietanti. Loro sono i Joujoux D'Antan, in origine duo - al già citato Tonicelli si aggiunge Pietro Leali –, ora formazione allargata (violoncello, contrabbasso, batteria, chitarra, pianoforte, synth, trombone) più qualche ospite illustre. Nello specifico Yuka Honda e Sean Lennon.

Non una presenza occasionale quella dell' ex Cibo Matto e del figliol prodigo del compianto John, visto l'evidente trait d'union che lega la musica dei Nostri a quella scena underground newyorkese di fine anni novanta in cui le due personalità sono cresciute artisticamente. Una parentela fatta di chiaroscuri obliqui, arrangiamenti sul filo, melodie minimali su orchestrazioni classiche e in generale caratterizzata da un'evidente necessità di uscire dai canoni tradizionali del rock. A dimostrazione una Crono sospesa tra lirismo barocco e incedere bandistici quasi beatlesiani, una Nel mio armadio vissuta tra sillabare di chitarre acustiche e ruvidezze elettriche, una Yom Kippur dai toni angoscianti, una Plenilunio crepuscolare.

Evocativo più che descrittivo, dalla complessità grammaticale insolita ma immediato nel mood generale, Mi voglio bene come un figlio è il tipico disco fuori dagli schemi e dal respiro fortemente internazionale. Oltre che l'ottimo esordio di una formazione da tenere sotto stretta osservazione.

(7.2/10)

Scheda: Joujoux D'Antan

Pubblicazione: 30 Settembre 2009

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