Hudson Mohawke (Hud Mo per gli amici del collettivo di Glasgow LuckyMe, Ross Birchard per la mamma), classe 87, è uno dei buzz più attesi al varco tra elettronica, produzioni e ritmi. La Warp l'ha accalappiato quando ancora non aveva prodotto niente di ufficiale e gli ha licenziato l'ottimo Polyfolk Dance EP.
Qui Hud esplicita ancora di più la sua passione hip-hop, che nutre questo disco allo stesso modo in cui nutre un Harmonic 313. Per dire, sono ospiti Oliver Daysoul, e siamo tra Outkast e Sa-Ra, e (mirabile dictu!) Dam-Funk. E si sente.
Necessariamente meno compatto del cesellatissimo EP, questo long mostra una grande tecnica e una grande facilità di produzione (leggi anche 'eclettismo'), tanto che un paragone con Mochipet, pur con le dovute differenze, non pare campato in aria. Hud è più psichedelico, più visionario e più elegante, meno pasticcione e meno nerd a-tutti-i-costi (sempre di nerd si tratta però), anche lui giocoso ma non così deformante (Velvet Peel, nota già dall'EP; il finale di Black'n'Red). E anche in lui, sopra una base consapevolmente wonky (3.30), non immune da fascinazioni J Dilla, troviamo videogiochini e breakbit, a cui si aggiungono post-post-rave, post-Aphex Twin e tastierine coriandolose.
Niente di nuovissimo, ma è tutto cucinato bene e porto frescamente, con un tocco già riconoscibile (vedi soprattutto il trattamento e le dinamiche della batteria, Trykk). Chissà se Hud deciderà di specializzarsi, e su cosa. I pezzi cantati, che non ci aspettavamo, sono forse ancora poco personali, ma non sono affatto male (e anzi All Hot è forse la traccia migliore). Per la serie strano ma vero: le tastiere di Gluetooth sembrano le chitarre-synth di Allan Holdsworth; le prima note di Fruit Touch citano forse la Sagra della Primavera di Stravinsky.
(7.1/10)
Scheda: Hudson Mohawke
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