Potrete anche chiamarli sopravvissuti, se proprio ci tenete, e ragioni
dalla vostra ne avreste. Pensateci bene, però: essere ancora sulle
scene dopo venti anni e spazzar via la maggior parte dei giovincelli
garagisti in circolazione deve costare fatica. Non sarebbe mai e poi
mai possibile senza quello spessore che il semplice “mestiere” non è in
grado di darti e, del resto, già lo asseriva Darwin secoli fa che solo
i più forti sopravvivono.
Per dimostrarla, la propria forza (bravura, in questo caso) non occorre immettere su mercato un album all’anno col rischio di far la figura del veterano capace solo di infilare un “ti ricordi, quella volta…” dietro l’altro. Basta articolare parole quando si ha qualcosa di rilevante da esprimere.
E’ esattamente questo lo spirito che aleggia su The Lucky Ones: impossibile accusare Arm, Turner e compari di revivalismo perché a Seattle c’erano già dalla primissima ora e dopodomani ci saranno ancora; pertanto si meritano gratitudine per non essersi inventati svolte improbabili, per aver tenuto duro lungo una carriera avara di soddisfazioni economiche. Avere vent’anni sul groppone e non sul passaporto ti ripaga con la coscienza del tuo passato illustre, qui rinverdito a dovere e non è un caso. Da là arriva infatti questo nono atto, schivando comunque la nostalgia con l’attenzione all’intarsio rivelatore (mai sottovalutarli, i finti grezzi…), del quale ti accorgi dopo ascolti e identifichi come il valore aggiunto ai brani.
Se lo possono permettere solo coloro che rappresentano la “memoria storica” di qualcosa, gli altri lascino stare che non è aria. Perché sì, che volete aspettarvi, c’è il solito garage grunge stoogesiano - da Sabba Nero, però, riff e clima di Running Out - ed è un bel sentire, specie nella corsa contro il muro e schianto finale New Meaning o nell’incipit I’m Now, con quel piano martellante, l’handclapping e le citazioni da Robert Johnson. Ciò nonostante, altrove assapori una gemma acid-folk (We Are Rising) e slarghi psichedelici (ma come li farebbero degli incupiti Violent Femmes: And The Shimmering Lights); sei testimone dell’apparizione di Maestà veramente Sataniche (What’s This Thing) e di Bo Diddley (Next Time). Parafrasando Manzoni, lo stile, se uno non ce l’ha, mica può darselo. Ci torneremo sopra il prossimo mese: nel frattempo mandate quanto sopra a memoria e, mi raccomando, mettete il volume sull’11.
(7.3/10)
Scheda: Mudhoney
Pubblicazione: 05 Marzo 2008
File under: Rock
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