E' l'osservazione la chiave di lettura per questo terzo disco dei Marigold. Quel liquefarsi tra un post-rock dagli accenti dark (Exemple De Violence) e certo shoegaze didascalico (Swallow); quel misurare la temperatura dell'attenzione tra tribalismi invernali ai confini con l'industrial (Eleven Years) e una wave narcotica (Sin); quel farsi cullare da pianoforti sognanti (Degrees) e spaccati strumentali psichedelici (Novole). Chi suona è preparato e sa esattamente quali tasti premere per risvegliare certi microclimi emozionali, tanto da chiamare Amaury Cambuzat (Ulan Bator) a ricoprire il ruolo di produttore. E il risultato è tutto nei nove spaccati in bianco e nero che vanno a comporre il disco.
Gli amanti dei toni riflessivi troveranno in Tajga un buon companatico per passare un altro inverno cullati dalla sempiterna malinconia; chi del senso pratico ha fatto una ragione di vita, invece, abbandonerà il disco dopo i primi cinque minuti di programma. Anche se in generale c'è di che gioire, dal momento che suoni di una tale ricercatezza non si sentono tutti i giorni.
(6.9/10)
Scheda: Marigold (The)
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