Recensione
Joy Phish
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psych pop Voti redazione e staff

Phish

Joy

Jemp

Li credevamo dissolti, spazzati via dalle ramazzate della storia, invece tornano vivi come e più di prima e sarebbe il caso di meditarci sopra. Ma anche no, se preferite. In fondo questo Joy, quattordicesimo titolo per la band di Trey Anastasio, prodotto dal figliol prodigo Steve Lillywhite, non chiede altro che di farsi suonare senza troppi orpelli teorici o retropensieri.

Fila liscio e guizzante con quelle melodie levigate, tra l'impeto del pianoforte e gli assolo affilati, porgendo risposte chiare ed effervescenti ai bisognosi di viaggi musicali, che siano gli orfani della psych andata o i giovinastri in cerca di distrazioni più coinvolgenti del solito indie rock. Lampanti i riferimenti ai Grateful Dead del periodo Arista, quell'aria da jam istituzionalizzata o se preferite da jazz-prog addomesticato (Stealing Time from the Faulty Plan) che non disdegna altresì digressioni reggae (Sugar Shack non è la nipotina garrula di Estimated Prophet?) o cavalcate turgide di stampo The Who (la suite Time Turns Elastic).

Il gioco si svolge a carte scoperte, scopertissime. Basta con le complicazioni. C'è bisogno di ripartire da basi solide e chiare. Ad esempio dall'entusiasmo dolceamaro di Backwards Down the Number Line, dall'enfasi pettoruta di Twenty Years Later o dall'accorato sentimentalismo della title track. Che poi tutto tornerà buono per sgranare la solita vecchia collana di concerti interminabili.

Se poi volete escogitare parallelismi col più ampio sentimento di ripartenza che sembra animare la societa statunitense, anch'essa pervasa di energie positive che sembrano riedizioni di vecchi cliché, pantomime sì benintenzionate ma con uno strisciante sottofondo di disperazione, beh, fate pure.

(6.2/10)

Scheda: Phish

Pubblicazione: 13 Ottobre 2009

File under: psych pop

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