La mutazione è completa. Il Circo Zen approda al cantautorato e all'italiano in un sol colpo, portando in dote il punk-rock elettro-acustico che da sempre identifica il gruppo. Primo disco completamente in lingua madre per i terzetto pisano coadiuvato dall'onnipresente Brian Ritchie e naturale evoluzione del discorso lasciato in sospeso con quel Villa Inferno di un anno fa in cui già si assisteva a qualche cambiamento importante. Allora c'erano tre episodi della statura di Figlio di puttana, Vent'anni e Vana gloria a far ipotizzare una possibile coesistenza tra estremi in apparenza inconciliabili – il rock sboccato/sincopato dei nostri e la lingua di Dante -, oggi c'è un disco senza compromessi come Andate tutti affanculo a confermare le aspettative.
Un ricongiungersi con la tradizione del Belpaese? Anche, ma alla maniera di Appino, Ufo e Karim. Il che significa testi orgogliosamente proletari, sentenze senza appello contro una quotidianità italiana intasata di porcherie (su cui si sputa volentieri) e un approccio alla scrittura che rimanda direttamente a certi anni Settanta ruvidi e impegnati. Il tutto fuori dalla gratuità apparente di testi e titoli, dal momento che “punk” per Zen Circus significa mescolare, attrarre gli opposti, estremizzare, ma al tempo stesso negare il no future a oltranza dei “Johnny Rotten” generalisti. Per far passare il messaggio, costi quel che costi.
Non si sacrifica nulla del passato, anzi lo si riconferma e si aggiunge. Lo stoner/noise all'atropina di Gente di Merda, la ballata tossica e iconoclasta di Canzone di Natale, le primavere disilluse di Amico Mio (sorta di Canzone per l'estate da bassifondi), l'anticlericalismo in salsa “ciellina” di We Just Wanna Live, il cinismo accusatorio de L'egoista. Brani che mescolano un'indole quasi pop – nel senso di popolare - a ruvidezze spietate; episodi che sommano una visione musicale lucida a velleità letterarie on the road.
La maggiore età per Zen Circus ha l'irriverenza dell'autonomia e il coraggio di un disco capace di aspirare alle posizioni alte della top ten di fine anno. Quindi per favore, non chiamateli più i “Violent Femmes italiani”.
(7.7/10)
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