Classic Spot
Cover image
Genere

Black rhythm

Data di uscita

Dicembre 1999

Pubblicazione

21 Settembre 2009

Tony Allen

Black Voices

Comet

Un veterano che veste i panni dell'innovatore, sotto una regia attenta e meticolosa. Questa la figura dell'uomo-feticcio dell'afro-funk Tony Allen, la batteria degli Africa '70 (in sella dal 1968 al 1979), ma anche l'artista che lontano dal maestro di vita Fela Kuti ha saputo speziare il suo rinomato approccio ritmico, disegnando figure inedite ed osando verso orizzonti di chiara osservanza occidentale.

Pubblicato dalla francese Comet nel 1999, Black Voices suonava 10 anni or sono come un monito sulle musiche a venire. Passato l'effetto sorpresa il disco s'impone oggi come un classico di genere, da considerarsi come ponte di congiunzione delle numerose espressioni ritmiche dello scorso decennio. Di primissimo piano il ruolo svolto dal produttore francofono Doctor L., che progetta per il redivivo Allen stanze inedite, lasciando scivolare il primigenio beat afro in una dimensione quasi futurista, in cui trovano spazio espressioni jazz-rock e schermaglie quasi psichedeliche. Grande protagonista il clavinet ed il wurlitzer di Seb Martel, quasi erede della migliore danza della pioggia firmata da Herbie Hancock, l'apertura con Asiko è tutta nei suoi refrain.

Allen oltre a percuotere i tamburi in una maniera inedita – un groove più propriamente funk, ma anche disinvoltamente jazzy con la memoria che va a padri spirituali quali Max Roach e Art Blakey – è anche il vocalist di riferimento, ed anche qui – con un timbro caldissimo – non fa che strappare applausi a scena aperta. Moderno, un disco moderno, ecco in sostanza cos'è Black Voices, lo sottoscriviamo anche in presenza della recente collaborazione con Jimi Tenor, delle comparsate con la crew Stones Throw (ed il batterista extraordinaire dei brasiliani Azymuth Ivan Conti) e le varie intersecazioni con Damon Albarn. Ecco, a dirla tutta, questa produzione del 1999 è invecchiata talmente bene da offuscare le pur lodevoli recenti pubblicazioni del batterista, che nel 1985 scelse Parigi come sua nuova terra.

In Get Together si affaccia addirittura un ospite d'eccezione come Gary 'Mudbone' Cooper direttamente dall'astronave Parliament, mentre è davvero la psichedelia a prendere il sopravvento nel remix della title-track (paradosso sul posizionamento in scaletta, la version arriva prima dell'originale), con tanto di chitarre elettriche appese ad acidi delay. Un basso rotondo poi corregge i contorni, grazie ad una grassa presenza che muove corpo ed anima, in un gioco davvero sensuale. The Same Blood è forse la traccia più affine al paradigma afro-funk, anche se la Nigeria è lontana ed il gusto per l'effettistica prende il sopravvento. Così come accadrà nel remix di Asiko, imparentato con la più profonda estetica dub. Black Voices pur partendo con un anomalo beat digitale, scopre una sua dimensione più ancestrale, mettendo insieme Jamaica e Detroit-Funk, collisione al cardiopalma tra due icone come King Tubby e George Clinton. Ariya (PsycheujuMix) è ancora una lezione d'autore, leftfield dance che cancella in un battito di ciglia downtempo e big beat.

Tornare su questi suoni è oggi quanto mai opportuno, quando i linguaggi globali sono spesso alla servitù delle svilenti moderne tecnologie, qui troviamo l'uomo che ha messo la macchina alla sua mercè, senza alcun esitazione. Maestro!

(8.0/10)

Scheda: Tony Allen

| Archivio
Luca Collepiccolo