Recensione
I Killed The Monster – 21 Artists Performing The Songs Of Daniel Johnston AA. VV.
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tributo Voti redazione e staff

AA. VV.

I Killed The Monster – 21 Artists Performing The Songs Of Daniel Johnston

Second Shimmy

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Domanda: c’era bisogno di un altro tributo per svelare al mondo il genio nascosto di Daniel Johnston? Se pensiamo che a partire dall’ormai celebre operazione Discovered Covered – The Late Great Daniel Johnston (2004), passando per le numerose prove recenti - in collaborazione o in solitaria -, fino all’acclamato film-DVD The Devil And Daniel Johnston quel genio tanto nascosto non lo è più, qualche dubbio è pur legittimo.

La prospettiva però si rovescia magicamente una volta letta la piccola scritta sul lato della confezione del cd: Second Shimmy. I Killed The Monster segna infatti il ritorno all’attività di discografico da parte di Mark Kramer, musicista (Half Japanese, Butthole Surfers) e produttore che circa quindici anni fa mise in piedi con la sua Shimmydisc una delle realtà più rispettate dell’indie di New York e dintorni; da quelle parti passarono lo shoegaze dei Galaxie 500, lo slo-core dei Low e lo stesso Johnston con i suoi primi due “veri” album, 1990 e Artistic Vice.

Questa compilation assume quindi le fattezze di un tributo globale, che dall’artista in questione (in fondo mai troppo lodato, avanti…) si estende all’intero underground americano attraverso artisti rigorosamente indipendenti, con la sola eccezione di prezzemolino Sufjan Stevens, qui guest star in coppia con Daniel Smith per una bella versione folky di Worried Shoes. Dall’onnipresente Jad Fair allo stesso Kramer (in Bloody Rainbow eTrue Love Will Find You In The End rivivono ancora una volta gli Half Japanese), passando per Dot Allison, Mike Watt e Joy Zipper, il catalogo del freak più amato d‘America viene riletto da cima a fondo, pescando anche nei suoi meandri più oscuri (tante le scelte provenienti dalle primissime produzioni in cassetta). E forse anche con un pizzico di coraggio in più rispetto al tributo di due anni fa, vedi una piacevole versione reggae di Cathy Cline da parte di R Stevie Moore, la Rowboat ricoperta di shoegaze di Mad Francis, il country glam della Foxy Girl dei The Sutcliffe’s o ancora Tears Stupid Tears e It’s Over (Rope Inc e Tess), rispettosamente angoscianti, diremmo. E così via.

Un’altra gemma, da tenere nascosta il meno possibile.

(7.2/10)

Scheda: AA. VV.

Pubblicazione: 19 Ottobre 2006

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Antonio Puglia
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