Recensione
The Sparrow And The Crow William Fitzsimmons
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american songwriting Voti redazione e staff

William Fitzsimmons

The Sparrow And The Crow

Downtown

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Ti fa sentire in pace col mondo uno come Fitzsimmons. Perché concede oniriche canzoni non lontane da un Nick Drake che, sconfitti i propri demoni, si rifugia negli Appalachi, in una capanna di tronchi vicina a quella di Neil Halstead. Ti informi e lo scopri ultimo figlio di genitori non vedenti cresciuto nei sobborghi di Pittsburgh, Pennsylvania, che comunica con papà e mamma attraverso i suoni; da lì a far musica per passione il passo è breve. Magari mettendo le mani su quell’organo che babbo s’è costruito in casa e alternando musica sinfonica con Joni Mitchell e Simon & Garfunkel (che tornano spesso e in I Don’t Feel It Anymore più che altrove).

Chiaro che, quando arriva il momento di fare dischi propri (questo il terzo), William cavi dal cilindro uno stile sussurrato, raramente dato in consegna alla solidità “roots” - quando accade, è all’insegna della sobrietà: If You Would Come Back Home, Further From You - e viceversa eseguito in punta di dita e plettri. Canzoni che paiono messaggi stesi su una pergamena alla luce delle candele, insomma. Confessioni soffici e tuttavia partecipi, che rischiano però di confondersi con mille altre se non sostenute dalla scrittura. Fortuna vuole che la mano sia di vaglia, come indicano - pur scontando qualche eccesso di uniformità - Further From You e After Afterall, Even Now e Just Not Each Other.

Fa pensare uno come Fitzsimmons: al fatto che questo filone intimista fu appannaggio dei pessimamente invecchiati James Taylor o Cat Stevens e ora cammina su una contemporaneità che ha sdoganato tutto e il suo contrario. Tuttavia piace, finanche esalta nella struggente Find Me To Forgive. Ritroviamoci tra vent’anni, William.

(7.2/10)

Pubblicazione: 05 Ottobre 2009

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