Recensione
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Genere

Americana

Data di uscita

2008

Pubblicazione

01 Settembre 2008

Conor Oberst

Self Titled

Merge

Non avendo il solito Mike Mogis al suo fianco, Conor Oberst non si è sentito di considerare questo lavoro come un album dei Bright Eyes. Per la prima volta ha invece deciso di usare il proprio nome, occasione buona per provare a cominciare una nuova storia.

Per anni Oberst è stato tanto prolifico da far sembrare Ryan Adams laconico come Scott Walker (mmm, sto esagerando), concedendosi distrazioni e divagazioni. Ora il ragazzo ha ventotto anni, e realizza al momento giusto il disco della maturità artistica. In dieci tracce (più due abbozzi) registrate in Messico con la Mystic Valley Band, il padrone di casa tratta con classe e familiarità tutti i generi del cantautorato americano, cambiando scenografie con sicuro eclettismo degno di Neil Young. Sa rannicchiarsi nell’intimità della compagnia di una sola chitarra, a trovare più forza per le sue parole sempre brillanti, forza sufficiente a rendere credibile la solita voce sempre sul filo del pianto. Ma non ha problemi anche con ritmi più sostenuti, con la leggerezza in stile Traveling Wilburys di Sausalitoe Get-Well Cards (puro Tom Petty), con le distorsioni indie del finale di Souled Out!!! Conor Oberst è un album che parla di fughe e di inquietudini. “Non c’è niente che la strada non possa curare”, ribadisce in Moab. Si scappa, sempre, perché star fermi è più difficile dopo avere scoperto che la bottiglia non contiene nemmeno una soluzione. Sorprendente è la maturità con la quale, proprio in mezzo all’album, inserisce un coraggioso viaggio nella malattia. In Danny Callahan, commovente fino a essere quasi insostenibile, parla di un bambino che si spegne per un cancro al midollo spinale: “Sua madre gli ha dato un bacio d’addio dicendogli: ‘Torna qui, dove vai da solo?’”. Con un sorprendente ribaltamento di prospettiva passa immediatamente allo scherzoso rockabilly di I Don't Want To Die (In The Hospital), nella quale Oberst vuole fuggire dall’ospedale nel quale “non ti lasciano fumare/o ubriacarti/ti fanno solo guardare le soap opera”. Sono lampi di scintillante talento come questo che fanno capire quanto questo disco debba rappresentare una svolta per il suo autore, una spinta verso l’alto. Da adesso in poi niente più capricci, ora si siede a tavola coi grandi.

(7.5/10)

Scheda: Conor Oberst

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Paolo Bassotti (Album 2008)