Recensione
Lady’s Bridge Richard Hawley
Cover image
Pop Voti redazione e staff

Richard Hawley

Lady’s Bridge

Virgin

Bookmark and Share Gallery

Passare da spalla di Jarvis Cocker - nonché pupillo di Scott Walker - a cantautore ed interprete di prima classe, per Richard Hawley è stato un battito di ciglia. Galeotto fu quel Coles Corner che, appena due anni fa, fece strage fra tutti i neo-romanticoni indie con il suo crooning mèlo, fumoso ed orchestrale, portando alla ribalta l’occhialuto chitarrista di Sheffield. E’ quindi col fantasma di quel successo che questo Lady’s Bridge deve fare i conti; ma questo probabilmente è più un problema di chi - come chi scrive, e come voi - ama crearsi un certo tipo di aspettative, non dell’autore del disco. Dal canto suo infatti Richard sta semplicemente continuando a fare ciò che, da quando ha cominciato a fare dischi a suo nome, ha sempre amato: canzoni melodiche dal sapore immancabilmente vintage, immerse in produzioni e suoni d’altri tempi, con i santini dei vari Elvis, Roy Orbison, Dean Martin e dello stesso Walker bene in evidenza. E intendiamoci, all’allievo non interessa superare i maestri, ma celebrarli (ovvero, celebrare il suo amore per loro).

Quello che piuttosto stavolta salta all’orecchio è il parziale diradarsi di quel velo di malinconia che ricopriva il set precedente di Coles, in favore di un mood più rilassato e confidenziale ancor prima che tormentato (vedi la sbarazzina Serious, la festosa e romanticissima Tonight The Streets Are Ours); l’allestimento sonoro è come sempre curato e ricercato, le orchestrazioni sono - se possibile - ancora più ricche (la solenne Our Darkness), la voce languida più che mai (anzi, a dirla tutta si avverte una maggiore padronanza dello “strumento” da parte del Nostro, forse più compiaciuto ma senz’altro competente come pochi altri). E le canzoni? Lady Solitude, Roll River Roll e sì, perfino il glucosio pericolosamente vicino a Tom Jones dell’iniziale Valentine funzionano a dovere, mentre una The Sea Calls, sospesa a mezz’aria fra Dylan e il Van Morrison astrale, fa semplicemente faville, accompagnata dalle suggestioni gotiche della conclusiva The Sun Refused To Shine.

Insomma, anche se è venuto meno l’effetto sorpresa, Hawley prosegue sicuro e rilassato per la sua strada, cullandosi – e cullandoci - nel cantuccio che ha saputo ritagliarsi con merito.

(7.1/10)

Scheda: Richard Hawley

Pubblicazione: 01 Settembre 2007

File under: Pop

| Archivio
Antonio Puglia
Antonio Puglia (Album 2007)

Rss
copertina pdf #91