A volte tutto sta nell’accontentarsi, nel non pretendere troppo. Nel far finta di nulla e chiudere un occhio se gente in giro da quasi un decennio approda, dopo la regolare trafila di singoli e mixtape, all’album d’esordio già zavorrata dal manierismo. Nulla di indecoroso se visto nell’ottica globale della scena hip-hop, intendiamoci, giacché istantanee metropolitane minimaliste come We Don’t Play e This Is Brooklyn scorrono minacciose come si deve, anche troppo: Pumpkinhead,Mr. Metaphor e Block McCloud sanno il fatto loro, vantano un folto seguito e il disco esibisce ospiti di un peso come Jean Grae e Killah Priest (nella cosa migliore del lotto, una cinematica, trafitta d’archi Splash).
Il problema, allora, non è tanto di forma - sul più mediocre e prevedibile resto, la sinuosa Tear It Down si allontana dallo stereotipo, Black Out fa latini gli House Of Pain,Suicide poggia su notevole orecchiabilità - quanto di sostanza. In quel legarsi a un immaginario malavitoso e confrontazionale oramai trito, roba che dopo i successi al botteghino non ha più credibilità come all’epoca di Ice-T o dei primi N.W.A.Quanto là era cronaca nuda e cruda, qui viceversa è messinscena; tanto per non uscire troppo dal seminato, sarebbe come mettersi dietro la macchina con Mario Merola nei panni di Scarface. Forse i ragazzi facevano meglio a non stufarsi dell’educazione, e restare un po’ più svegli in classe.
(6.2/10)
Scheda: Brooklyn Academy
Pubblicazione: 01 Settembre 2008
File under: hip-hop
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