Fanno coppia nell’arte e anche nella vita Karin Bergquist (in tasca il santino di Rickie Lee Jones e delle grandi del jazz: quali, non vi sarà arduo intuirlo) e Linford Detweiler (piano, chitarra e in altri tempi impiegato col posto fisso al Brill Building). Attivi dal 1990 i coniugi di Cincinnati, il cui progetto prende il nome proprio da un quartiere della città, hanno sin qui prodotto una lunga serie di album tra il disinteresse pressoché generale, nonostante un periodo trascorso presso la Virgin e l’amicizia dei Cowboy Junkies. Un motivo ci dovrà pur essere e, forse, risiede in una certa mancanza di continuità che affligge la penna, intinta nell’inchiostro jazz e country con piglio affaccendato, cuore e testa sempre al loro posto, ma lungi dall’imporsi con autorevolezza se non a tratti. E, nel caso specifico, una levigatezza spesso eccessiva dovuta alla mano di Brad Jones (con Josh Rouse e Ron Sexsmith) che danneggia materiali per i quali altre sono le fogge adeguate, come accadde alla succitata Mrs. Jones lungo la parte centrale della carriera. Viaggia nondimeno spedito - ogni tanto - questo quindicesimo lavoro: persuadono il soul dagli occhi azzurri in crescendo I Don’t Wanna Waste Your Time, l’ondeggiare pigro e sexy di Trouble, la Holiday immaginata campagnola con aggiunta d’orchestrazione esotica per Nothing Is Innocent.
Da lì in poi, tranne il tango jazzato Desperate For Love, sotto il vestito niente pathos, a meno che per voi Edie Brickell - trasportata in studio con Bacharach circa Let’s Spend The Day In Bed - fosse una dea o poco meno. Non che si debba per forza soffrire sempre e comunque nella vita, però è tutto perfettino e man mano s’insinua la sensazione di assistere alla messa in scena delle emozioni che riscontrarne la presenza tangibile. Valgano come esempi una title-track smisuratamente melodrammatica o numeri country gradevoli però privi di spessore (Entertaining Thoughts, If A Song Could Be President) e tagliati su misura per le radio. A che pro, se è assai improbabile che vi arrivino data l’assenza di una label potente alle spalle? E perché allestire sarabande waitsiane se le rivesti di lacca Sheryl Crow (quella migliore, ma insomma ci siamo capiti…)? Un bel problema, The Trumpet Child: parlarne troppo bene non si può, ma nemmeno si merita una stroncatura. Nel mezzo sta la virtù, allora, e così sia.
(6.5/10)
Scheda: Over The Rhine
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