Che succede se metti assieme Lou Reed, Adam Green, Jonathan Richman, Will Oldham e Daniel Johnston? Succede che ti compare davanti un personaggione come Jeffrey Lewis, allucinato – eppur lucidissimo – trovatore metropolitano, folkster, fumettista e, più semplicemente, artista a tutto tondo. Arriva dritto dal cuore della Grande Mela, da quella fucina anti-folk che unisce idealmente Moldy Peaches e Roadrunner dei Modern Lovers, il Bob Dylan visionario del Greenwich Village e il Lou Reed sul marciapiede di Lexington 125.
Ha praticamente tutti i numeri per farsi incoronare da pubblico e critica come definitivo personaggio di culto dei prossimi anni, ed è possibile che ciò avvenga con 12 Crass Songs, suo quarto disco ufficiale - senza contare le tante autoproduzioni a partire dal 1997 - su Rough Trade, che tra l’altro arriva dopo la mietitura di consensi del precedente City & Eastern Songs (firmato insieme al fratello Jack) e un trionfale tour in UK di supporto al suo maestro Danny. Anche se, come da titolo, le songs qui presenti fanno parte del canzoniere dei mitologici anarco-punkers Crass, Jeffrey le plasma come sue in modo intelligente, buffo, acuto, colto, divertente, nella consueta attitudine simil-slack fatta di cori, coretti e filastrocche - fanno adesso l’occhiolino arrangiamenti accurati e suggestivi (vedi gli archi in crescendo di Where The Next Columbus), quando non semplicemente eccentrici (Walls - Fun In The Oven).
Il contenuto dei testi, fra i più politicizzati di sempre, è a continuo rischio di retorica; contemporaneamente è agghiacciante constatarne l'attualità. E così le cover finiscono per diventare personalissime protest songs nel cui mirino rientra ovviamente l’odierna amministrazione Bush, la guerra, i mass media, lo stato generale delle cose. E poi, se proprio cercavate qualcuno che vi ricordasse come, quando e perché “Punk Is Dead”, eccovelo qua
(6.7/10)
Scheda: Jeffrey Lewis
Pubblicazione: 01 Ottobre 2007
File under: Folk
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