Un caleidoscopio pop ad alta gradazione, un prisma rifrangente milioni di colori, piccole schegge impazzite e coloratissime che straripano in ogni direzione.
Skeleton terzo album dopo un paio di releases semi-carbonare segna il ritorno dei quattro Abe Vigoda e del loro straripante tropical-punk. Imberbi, ispanici, provenienti dall’immensa periferia losangelica e frequentatori assidui dello Smell; già questa poche coordinate dovrebbero far rizzare le orecchie a chi ama immergersi nell’underground più out della solare California.
Ma vai con le descrizioni, che con questi 4 squilibrati c’è da divertirsi. Sorta di Animal Collective meets Arcade Fire meets tex-mex meets attitudine punk o come ha scritto qualche anonimo online sort of No Wavey sort of Pop oriented sort of twisted punked 4 (?!). Questo è Skeleton in essenza, ma anche molto di più. Come se quel mix di culture che si respira nei sobborghi di megalopoli americane – quegli stessi dove lo spanglish è lingua dominante e tacos e burritos l’unico fast-food possibile – si fosse impadronito del sottobosco punk. E allora l’attitudine è quella del do-it-yourself che più americano non si può. Prendere quattro amici, rinchiudersi in cantina e suonare ciò che (non) si è capaci di suonare. Ma farlo con un atteggiamento giocoso e aperto, contaminando wave e punk, ricercatezze arty e noise con calypso e influenze tropicali, tex-mex e rumba, punk angolare da retrobottega Gravity con immaginario messicano a go-go.
Per ora continuano a condividere palchi in locali bui e puzzolenti degli States con gruppi magari stilisticamente diversi ma simili per inclinazione. Poi, se il dio del pop fuori dalle regole ascoltasse le nostre suppliche potrebbero davvero infiammare le charts di mezzo mondo.
(8.0/10)
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