Recensione
God Is A Major Herself
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Folk Voti redazione e staff

Herself

God Is A Major

Jestrai Records

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Di solito i titoli dei dischi indie italiani sono banali. Un dato che sembra confermare quello che dicono – con notevole onestà intellettuale – i Le Man Avec Les Lunettes: l’inglese viene spesso usato per mascherare una cronica incapacità di scrivere qualcosa di artisticamente valido. Ciò non vuol dire però che non ci siano le eccezioni. È il caso di Gioele Valenti, titolare di un progetto neo folk che, dopo anni di sbattimenti, sta finalmente per trovare la giusta ribalta a livello nazionale con God Is A Major, in uscita per la Jestrai.

Per Herself, allora, Dio è una major. Una sentenza inappellabile, se presa alla lettera. Ma il sospetto che dietro questa frase ci sia una buona dose di sarcasmo è forte. D’altronde, è difficile immaginarsi l’indie rock alzare bandiera bianca nei confronti di un mondo – quello delle case discografiche multinazionali – che tenta di schiacciarlo con politiche ambigue e ricattatorie.

God Is A Major è il miglior esempio possibile di esuberanza creativa della scena indipendente moderna. Un disco che sembra provenire da quell’America oscura e introversa che spesso fa capolino tra le casse dei nostri stereo – un continuo mescolare Iron & Wine, Sparklehorse e Damien Jurado per un continuo e desolato struggimento dell’animo. Un’America che però viene riletta sotto un’ottica europea, le cui coordinate sonore portano in una zona a metà strada tra la Abbey Road dei Beatles e la luna – rosa e un po’ triste – cantata da Nick Drake.

Fa tutto da solo, Gioele Valenti. E riesce con poco a colpire nel segno. July 2, By The Lake è un arpeggio di chitarra acustica che se durasse per l’eternità ci permetterebbe di non sentire sulle nostre spalle il lento scorrere del tempo. Stand In A Graveyard è una ninna nanna pop deviata da venature lo-fi, un affresco melodico che richiama un’altra avventura musicale di Valenti, i Rebekah Spleen (usciti qualche anno fa su Wallace). Perpetual, Youth è un miracoloso crescendo di post rock acustico ed emozioni come se piovesse, mentre la quadratura del cerchio è affidata all’ottimo To Become A Trappist/Aerolith, cinque minuti di brutalità senza speranza che fanno terra bruciata di quanto ascoltato nelle tracce precedenti, lasciando sul campo mucchi ardenti di dissonanze e cacofonie.

Herself è bella musica, quindi. Herself è l’Italia che non ha paura di alzarsi in piedi e guardare dritto negli occhi, da primus inter pares, gli osannati eroi a stelle e strisce. Herself è la testimonianza che se Dio è una major, noi siamo i primi degli eretici. E ne siamo orgogliosi.

(7.5/10)

Scheda: Herself

Pubblicazione: 01 Ottobre 2006

File under: Folk

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