Sono pochi i minuti, cinque per l’esattezza, che dividono Motherly Bluster – un solenne folk psichedelico il cui finale vale da solo il prezzo di copertina – dalla successiva traccia. Tutto sembra presagire un continuum col precedente, bellissimo Hypnotic Underworld, ma quei cinque giri di orologio vengono dilaniati dal pastiche di Hemicyclic Anthelion, funesta psych-opera che martoria oltremodo i devastati Can di Aumgn (da Tago Mago) ed i “separatisti” Amon Duul 2 dei primordi.
Mezz’ora che soffoca ogni nesso tra tatto e realtà. Masaki Batoh si divide tra chitarra e uno strumento di sua creazione, lo stringer, che ricalca l’ondulatorio suono del Theremin; ad assisterlo, tra pianoforti sghembi, vibrafoni e synth analogici, gli stessi elementi dal 2004. Un vero evento. Non l’unico, di evento: difatti, dopo le riletture di Rolling Stones, Syd Barrett e Pearls Before Swine i nipponici, setacciando il sempre verde catalogo Esp corrono sino al 1969, annata di Caledonia, rituale bandistico dal debutto dei temibili Cromagnon di poco ritoccato (manca giusto l’intro di frequenze radio) che tra cornamuse, flauti e urla beduine non patisce i ventotto anni trascorsi dalla sua prima volta. Ma c’era stato anche un prima, ovvero la traversata, per niente indenne, nell’apocalittica Carmina Burana in acido di Water Door Yellow Gate, un episodio fondato su decise note di piano che proseguono sino alla seguente catarsi lisergica di Gareki No Toshi. E poi il dopo, in classico stile Ghost nella ballata Grisaille: Batoh, una sei corde e la quiete dopo la tempesta.
E poi l’ovvio. Loro, i redneck dagli occhi a mandorla. E un disco, il più estremo della recente storia dei Ghost. Quasi dimenticavo: si chiama In Stormy Nights.
(7.0/10)
Scheda: Ghost
Pubblicazione: 01 Gennaio 2007
File under: Prog
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