Recensione
The K Icon Egokid
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Evant Voti redazione e staff

Egokid

The K Icon

Echo

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Parte bene, anzi benissimo, The K Icon degli Egokid. Sean Connery è un pezzo splendido. Il suo piglio melodico e il suo arrangiamento beatlesiano – più McCartney che Lennon – sbancano alla grande al Casinò della pop music. Peccato però che le fiches siano truccate e che Radio Deejay non ami le intromissioni indie nel proprio territorio, perché questo è un brano caldissimo, meritevole di una heavy rotation esagerata.

Che poi, per la verità, è inesatto parlare di album. Il nuovo lavoro del trio capitanato da Diego Palazzo (non più pubblicato da Snowdonia ma da EW Records) è infatti diviso in due parti: The K Icon, per l’appunto – che, a seconda di come si pronunci, diventa Decay Icon o The Gay Icon – e l’ep Santa Kraut: Songs In The K Of E, composto dalle quattro canzoni che chiudono definitivamente la carrellata.

Un cd bello denso, quindi. Forse troppo. Perché il rischio concreto è di annacquare le buone idee che una band come gli Egokid dimostra nei fatti di possedere. Così, in quest’ora abbondante si passa dal brit pop possente di You Trust al potenziale tormentone di Touché (un azzeccato susseguirsi di lounge, francofonia, anni Sessanta e cori stile Beach Boys), dalla cavalcata rock di Emokid alla psichedelia narcolettica di Golden Egg, il tutto condito dalla tradizionale verve del complesso.

Forse quello che manca agli Egokid è la lingua. Se cantassero in italiano farebbero faville, e Mtv non li relegherebbe nelle fasce serali “da pornazzo”, come dicono loro stessi nell’esilarante comunicato stampa. Sembra però che non sia un’idea campata in aria, quella del cambio di registro linguistico, ma un progetto in avanzata fase di realizzazione. Sarebbe una gran cosa.

(6.7/10)

Scheda: Egokid

Pubblicazione: 01 Agosto 2006

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