E dopo il disco di remix, di un’inutilità veramente sopraffina, ecco finalmente giungere alle nostre orecchie il seguito dello strepitoso In Case We Die del 2005. Gli otto folletti australiani questa volta hanno puntato tutto sul piglio dance di alcuni dei pezzi del precedente disco, focalizzandosi sui beats e sugli svariati synth, proponendo un polpettone ritmico essenziale e senza sbavature, che però tira il fiato proprio sulla freschezza e sulla solidità lo-fi che pervadeva il precedente episodio. Qui abbiamo a che fare prevalentemente con pseudo b-sides. Tutta la vitalità è racchiusa in un pugno di canzoni: il singolone Heart It Races, una cosa fra il dubstep/grime alla M.I.A. e lo scazzo pop più evocativo, una marcetta conturbante fra tribalismi e singalong ruffianissimi, poi abbiamo Like It Or Not un altro carosello per gruppi di girotondi ubriachi e Lazy (Lazy) un numero simpaticissimo alla Talking Heads post Speaking In Tongues.
Ma parliamoci chiaro: It’s 5, Wishbone e Cemetery erano veramente su un altro pianeta. E questo quando va bene, perché altrove l’aria che tira non è per niente intrigante e incoraggiante: Hold Music è un possibile singolo tutto coretti stufanti e synth grossolani, Feather In A Baseball Cap è un riempitivo stanco e declamante e la finale The Same Old Innocence palesa uno svenevole esperimento punk-funk senza verve e fuori tempo massimo.
L’eredità di un disco passato riuscito deve aver fatto tremare le gambe ai nostri e il passaggio alla Polyvinyl magari li ha portati a forzare un po’ troppo la mano nell’atto di dimostrare necessariamente qualcosa… Si spera che la prossima volta decidano di prendersi tutto il tempo a disposizione per partorire qualcosa di più organizzato e frizzante, cosa che hanno dato prova di saper fare benissimo. Per adesso, Places Like This è un passo falso e basta.
(5.3/10)
Scheda: Architecture in Helsinki
Pubblicazione: 01 Agosto 2007
File under: Pop
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