Questo gruppo dal nome enigmatico è composto da musicisti attivi già da tempo nell’area dell’elettroacustica e dell’improvvisazione con progetti solisti: Stefano Pilia (qui alla chitarra, contrabbasso e field recordings), Claudio Rocchetti (giradischi e live electronics) e Valerio Tricoli (nastri, sintetizzatore e sparute apparizioni vocali), già autori di un cd per la Bowindo nel 2003 e passati ora alla svedese Häpna, registrano l’aggiunta di Tony Arrabito alle percussioni e riescono a realizzare un album sorprendente per coraggio e tenuta complessiva.
Infatti A Year Of The Aural Gauge Operation rappresenta una sintesi finora poco praticata fra elementi improvvisativi, sprazzi ambientali e forma canzone (nel senso più ampio del termine). Al primo impatto il disco si svela quindi un po’ distante dai live set del quartetto bolognese, completamente improvvisati e frutto di ispirazioni e umori colti sul momento, perché mette in risalto la capacità di stratificare i suoni dei musicisti senza sfociare mai nel caos puro.
L’ascolto ci rimanda ad una serie di suggestioni non più solo uditive, perché nella traccia d’apertura Widower, che avvolge tramite ricami chitarristici degni di Fahey, pare davvero di inerpicarsi su loop e stralci di percussioni per poi librarsi in un cantato impalpabile, oppure può accadere di perdersi nel frangersi delle onde misto ad echi spettrali e alla malinconica melodia di una fisarmonica in As Of Yore, o ancora nei suoni ruvidi, corposi e grevi di Loop Recorder In The Patient With Heart Disease. L’accidentato terreno di partenza è, come si è detto, l’elettroacustica, ma non sono estranei a questo disco frattaglie psichedeliche (come quelle che attraversano Wave Bye Bye To The King, che paiono registrate nello spazio), ed esercizi vicini al rock (la progressione ritmica di Monkey Talk ne è un esempio classico).
Le affinità che è possibile riscontrare con i lavori dei Radian, Dean Roberts o Richard Youngs possono spiegare solo in parte il materiale contenuto nel cd, perché i ¾ hanno scelto di intraprendere un percorso personale quanto rischioso: trasmettere le proprie emozioni attraverso un “banco di lavoro”, del quale fanno parte strumenti acustici, sintetizzatori, chincaglierie analogiche come registratori a bobina, suoni raccolti o trovati, dai quali scegliere ogni volta dei dettagli da mettere in primo piano. E’ una musica di sovrimpressioni, questa, che raggiunge forse il culmine nella mantrica In Every Tree A Heartache. L’operazione può dichiararsi dunque riuscita, e a noi resta un nome da tenere sotto osservazione.
(7.8/10)
Scheda: 3/4HadBeenEliminated
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