Chi, dopo i primi due album dell'ennesimo side-project di Mike Patton, si era sentito in dovere di esprimere pareri più o meno definitivi circa lo stile della band, considerata da molti la più “accessibile” della miriade di gruppi messi in piedi dal cantante americano tra gli anni '90 e il nuovo millennio, dovrà ricredersi. Se fino a Mit Gas i riferimenti ai Faith No More sembravano segnare in maniera indelebile anche il futuro prossimo dei Tomahawk, rendendola una creatura in tutto e per tutto pattoniana, questo Anonymous conferma esattamente il contrario, cogliendo perfettamente nel segno in quanto a effetti spiazzanti.
La band, a quattro anni dall'ultima fatica in studio, riparte dall'origine del proprio nome (il tomahawk era l'ascia da guerra dei Nativi americani), allontanandosi dal rock per indagare e reinterpretare la cultura musicale delle popolazioni che ancora vivono nelle riserve. Un'operazione non nuova negli Stati Uniti, da più di un secolo schiacciati da un oberante peso sulla coscienza, sporcata da uno sterminio troppo spesso taciuto, ma paragonabile all'olocausto in quanto a ferocia e crudeltà. Un'espiazione che si è spesso manifestata con sterili revival folklorici, pessima imitazione di una cultura musicale tanto impenetrabile quanto affascinante. Un'operazione, questa, dalla quale Patton e compagni hanno cercato di svincolarsi senza lasciare ombra di dubbio. Anzi, in realtà sarebbe meglio dire Denison e compagni, visto che si tratta soprattutto di un album dell'ex chitarrista dei Jesus Lizard che, dopo essersi studiato per bene un libro di trascrizioni di canzoni indiane risalente all'epoca roosveltiana, ha provato a trasformare queste musiche a modo suo.
Al di là di disquisizioni sul valore etnomusicologico di quest'album, l'obiettivo di partenza rimane ottima: dare vita ad una sorta di native american-rock, prendendo come spunto i testi originali e ricostruendo le musiche dei Nativi con chitarre elettriche e batteria evitando di ricadere nella banalità degli stereotipi. Missione compiuta! Il sound rimane perfettamente in linea con lo stile del gruppo e le composizioni risultano originali e molto interessanti, anche se poco “accessibili” ad un primo ascolto. Ritmi tribali, chitarre saltellanti, un Patton perfettamente a proprio agio nei vocalizzi delle caratteristiche sillabe nonsense dei canti “indiani”, sempre alla ricerca di una voce plastica e trasformista, fanno pensare poco ai Tomahawk, pur mantenendo ben in vista la firma degli autori.
In alcuni episodi, lo stile minimalista e semi-serio dei Battles prevale (Ghost Dance, Red Fox), in altri è l'inconfondibile vena rockettara di patton a imporsi (Omaha Dance, Sun Dance), ma più spesso i due elementi si fondono dando vita ai momenti più completi e originali dell'album, dall'incantevole e schizofrenica ninnananna di Cradle Song, al bellicoso incedere di War Song, dall'etno-progressive di Song Of Victory al rock tribale di Mescal Rite 1. Al primo ascolto verrebbe da storcere il naso, ma si fa presto a cambiare idea rispetto a un album che, a paragone con i suoi predecessori, si esprime in maniera ottimale nelle rifiniture, nella ricerca di un sound nuovo e antico allo stesso tempo e nel fascino dell'interpretazione, che permette di far rinascere musiche perdute nel tempo, ogniqualvolta si voglia. O per lo meno, quando si abbiano le idee per farlo. A loro di certo non mancano affatto, anzi.
(7.3/10)
Scheda: Tomahawk
Pubblicazione: 01 Giugno 2007
File under: Hardcore
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