Sembra di entrare in un vortice quando ci si mette all’ascolto di Human Taste. Si parte da un blues ferino (la title track) e si arriva al suo doppio maledetto e affogato in una marea di rumore scarnificato (la sua versione Below The Tide). In mezzo si sale e si scende in continuazione, come in un ottovolante all’inferno. Trapassando (e lasciandosi trapassare da) un trentennio fatto e finito di musiche rumorose, ipnotiche, deviate, disturbanti.
Il percorso iniziato qualche anno addietro sembra dunque essere giunto alla sua tappa più compiuta. Le strutture si sono dilatate, vanno di largo respiro, ma l’ossessività scarnificata che da sempre ne caratterizza le musiche resta lì, in tutto il suo meccanico e reiterato livore. Che si tratti di coniugare il verbo post-punk o quello blues, poco importa.
Potrà sembrare la classica sparata da presuntuosi scribacchini di musica, ma spesso e volentieri sembra di sentire una versione terzo millennio e ridotta ancora più all’osso di una ipotetica formazione a tre dei Velvet Underground. Senza aiutini psicotropici o pretese arty ma con un immaginario primitivista e genuinamente raw bene in mente.
(7.5/10)
Scheda: Little Claw
Abbonati al feed di Stefano Pifferi