Recensione Libro
Cover image
Genere

Compilation

Data di uscita

Luglio 2009

Pubblicazione

01 Ottobre 2009

Stefano I. Bianchi, Christian Zingales

The Desert Island Records

Tuttle Edizioni

Parafrasando le parole introduttive dei due curatori, protagonista di questo libro è il gioco più antico da quando l’uomo inventò la musica registrata.

Quello cioè che, come anche i meno attenti avranno intuito, si nasconde nel titolo e che consiste nell’indicare i dischi del cuore da portarsi sulla proverbiale isola deserta. Se qualcuno tra i lettori non l’avesse mai fatto, nemmeno una volta nella vita, in solitaria con gli amici, beh, potrebbe anche smettere di leggere. Chi invece ha sempre avuto lo schiribizzo di compilare ipotetiche liste di dischi preferiti – pur senza raggiungere le vette parossistiche dell’Hornby di Alta Fedeltà, peraltro unico non-musicista qui presente – o di conoscere quelle dei suoi artisti preferiti apprezzerà sicuramente questo oggettino niente male.

In The Desert Island Records sono infatti raccolte tutte le puntate della ormai defunta rubrica di Blow Up con l’aggiunta di una serie di liste inedite – tra gli altri Aufgehoben, Amy Denio, Dorgon, Matt Elliott, Federico Fiumani, David Maranha, Xabier Iriondo, Freak Antoni – che per una ragione o l’altra non erano rientrate nella rubrica o che servono da cameo per l’attuale raccolta. A scorrere in rigoroso ordine alfabetico è l’intera intellighenza nazionale e internazionale, sia mainstream che dell’underground più profondo: da Depeche Mode agli Assalti Frontali, da Charlemagne Palestine a Dead C, dagli Orbital a Stan Ridgway, tutti senza esclusione prendono carta e penna e stilano la classifica dei dischi del cuore. Quelli coi quali condividerebbero una esperienze del limite come il vivere in una isola deserta.

Ne esce una lettura piacevole, coinvolgente oltre che ipoteticamente trasversale (quale sarà l’album più citato? e il gruppo più rappresentato?) che riesce però a mettere in luce anche aspetti particolari non solo dei gusti degli estensori ma anche delle proprie personalità. Ecco così che qualcuno decide di portare con sé un anno, nello specifico il 1974 (Thymme Jones di Cheer Accident), qualcun altro solo un giorno (il 5 aprile 2002 e "solo quel giorno") come fa Colin Newman (Wire), qualcuno ancora come Matthew Friedberger (Fiery Furnaces) che aggiunge degli immaginari Desert Island Day-dream Records (Beethoven with Howard Grimes on drums, per capirsi) o qualcun’altro che scrive in maniera apparentemente deframmentata esattamente come produce musica: Thomas Brinkmann, autore di un vero saggetto di decomposizione semantica in modalità locked groove.

Insomma, finiamola qui. The Desert Island Records è una piccola e agile bibbietta da consultare trasversalmente senza correre mai il rischio di annoiarsi.

copertina pdf #91