Recensione
96 Karl Blau
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Karl Blau

96

K Records

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È curioso. Ma neanche troppo, se uno conosce la storia. Karl Blau è ormai il tutto fare della K Recs, dove registra album altrui (due esempi opposti: Arrington De Dionyso e Lake) e dà anche una mano con voce e strumenti (altri due: Chain And The Gang e Laura Veirs). Eppure continua con la propria produzione che va senza dubbio nel segno del lo-fi. Insomma: è orecchio quando lavora per la label, testa senza tempo per rifinirne la messa in musica quando lavora per sé. Del resto 96 è così chiamato perché, oltre a uscire per la K, è anche la produzione novantasei della Kelp Lunacy Advanced Plagiarism Society, sorta di one-man-net-label, ente musicale che Karl si è creato per seguire la propria ombra (e mettere gratuitamente a disposizione MP3).

Dunque 96 è antitetico a Nature’s Got Away, che invece di canzoni costruite e arrangiate in modo più tradizionale – ma non banale – si componeva. E ha come leit motiv una drum machine scazzata che accompagna la voce rilassata e sonnolenta di Karl. Niente di necessariamente negativo. E va detto che non butteremmo quasi nulla di quello che Blau impacchetta casalingamente. Baby Alone dà prova della sua capacità di costruire motivetti e arrangiamenti con materie musicali diverse – qui una tromba, la sua tromba che tanto ama, un basso e una batteria secchissima da terzetto jazz. Ma normalmente la costruzione è meno a fuoco, diremmo “weird”, giusto per qualificare, con un termine appena fuori moda, la low-fidelity dell’album. Qualcosa di non troppo distante da un Ariel Pink meno squilibrato (Go Where I Like).

Tutto passa senza impegno, per noi, apparentemente anche per Karl, per i suoi strumenti e per le nostre orecchie. Un disimpegno che però non disdegna un secondo ascolto. Un terzo. Insomma un parziale affiatamento con questa ennesima mattonella nell’edificio non da poco che negli anni Karl Blau sta mettendo in piedi.

(6.5/10)

Scheda: Karl Blau

Pubblicazione: 05 Settembre 2009

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