Recensione
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Genere

Americana

Data di uscita

Aprile 2009

Pubblicazione

31 Agosto 2009

Felice Brothers (The)

Yonder Is the Clock

Team Love

Alla base della congrega Felice trovi l’onestà robusta di chi per davvero è partito dal basso. Autentici fratelli, Ian, James e Simone hanno alle loro spalle la gavetta di due notevoli album e un passato prossimo di “buskers”, di gente che ha suonato per le strade e nella metropolitana per portare a casa, se non il pranzo, almeno la cena. Sembra una storia d’altri tempi e probabilmente lo è; un frammento di un’era che credevamo sepolta e invece no, perché al difficile terzo album i fratelli affermano forte e chiaro di essere qui per rimanere.

Perché in loro assapori la medesima capacità di affrontare il passato a testa alta rinnovandolo che appartiene agli Wilco e che, per un po’, avevamo scorto nei Grant Lee Buffalo: la “maniera” di The Band, ecco (All When We Were Young riparte da dove finiva I Shall Be Released: tutto dire). Quel raccogliere da terra i tasselli della tradizione, soffiare loro via la polvere con vigore e accostarli in configurazioni che, se non possono essere nuove in assoluto giacché niente lo è da Elvis Presley in poi, restituiscono un quadro d’insieme giammai piatto o ammuffito.

Non sappiamo cosa pensi Greil Marcus di questa formazione, ma non ci stupirebbe saperli in rotazione fissa sul suo stereo così come lo sono sul nostro: perché è la conoscenza della Storia a permettere di suonare Blonde On Blonde col senno dei Basement Tapes (Chicken Wire) e altrettanto con Blood On The Tracks e Time Out Of Mind (The Big Surprise, Boy From Lawrence County); oppure strapazzare il cajun (Run Chicken Run) e - accantonato per un attimo il santino di Bob Dylan - scrivere la più bella canzone di Leonard Cohen da chissà quanto tempo (Sailor Song). Solo così capisci come si riesca a percorrere trasversalmente i decenni per recare gioielli come la dolente Ambulance Man e una crepuscolare Katie Dear, rinfrescare il traditional Memphis Flu e gettarsi a testa bassa nella festaiola Penn Station.

Buttando nel calderone la consapevolezza di vivere nell’Anno Domini 2009, anche, che emerge da voci apparentate non solo all’onnipresente Bob ma pure a Steve Earle e Micah P. Hinson, dagli scricchiolii sparsi come fantasmi e nell’uso sapiente dello studio. Tratti distintivi che non istillano il dubbio del revival senza causa: come potrebbero esistere capolavori della profondità di Rise And Shine e Cooperstown, altrimenti? Fuori e dentro il tempo, acrobati su un filo e niente rete sotto, di Artisti così ne incontri sempre meno.

(8.0/10)

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Giancarlo Turra
Giancarlo Turra (Album 2009)