Recensione
These Beautiful Ghosts Mark Gardener
Cover image
ballads Voti redazione e staff

Mark Gardener

These Beautiful Ghosts

Diamond Traxx

Imbattersi nuovamente nella voce e nelle canzoni di Mark Gardener è un piacere sottile, un po' come quando ti trovi faccia a faccia con la fidanzatina del liceo, una di quelle ragazze dolci ed innocenti che non hai mai amato veramente, ma con le quali hai in ogni modo vissuto momenti speciali e che, a distanza di anni, riesce ancora a darti conforto e speranza.

I Ride, la band di cui Gardener era vocalist e leader, erano così: speciali ma non decisivi, bellissimi ma non travolgenti, capaci di sfiorare l’immortalità con un gesto di estremo buon gusto come Nowhere e poi appassire lentamente nell’arco di poche malaugurate stagioni. Gardener abbandonò il carrozzone destinato al massacro durante le registrazioni dell’album Tarantula; da allora, era il 1996, oltre dieci anni di latitanza, saltuariamente interrotta per dare spazio ad esperienze certamente non memorabili (leggi alla voce Animalhouse). Un oblio spezzato due anni or sono dalla pubblicazione americana di These Beautiful Ghosts che, oggi, dopo varie peripezie contrattuali, viene finalmente distribuito anche in Europa grazie all’interessamento della francese Diamond Traxx.

Un recupero di cui siamo felici, un po’ per l’affetto che ci lega al personaggio, un po’ per una manciata di canzoni che questo uomo/ragazzo ormai sulla soglia dei quaranta è riuscito a confezionare per l’occasione, generose e disinvolte come quelle di una volta, sospese nello spazio e nel tempo come se nulla fosse accaduto da quella gloriosa estate del 1990. Melodie ancorate ad un passato prossimo fin troppo remoto, che puzzano schifosamente di gioventù e spensieratezza, inopportunità ed inconsapevolezza, concretizzate in una cinquina iniziale di velata bellezza. Si comincia con Snow In Mexico ed il suo basso pungente stile Ian Brown solista, la successiva Getting Out Of Your Own Way è puro Charlatans sound metà Novanta, To Get Me Through gioca con effetti e batterie elettroniche, Magdalen Sky è una scarna ballata di inaudita bellezza impreziosita da un morbido arrangiamento di fiati ed archi mentre in Rhapsody rivivono i Ride con la spina dell’amplificatore staccata.

Il resto è pura routine, strumentali e ballate buone come sottofondo per qualche talk show, ma è una cosa che ci lascia del tutto indifferenti, quando si decide di ascoltare e magari stringere tra le mani un disco del genere, non lo si fa certo per la musica.

(6.5/10)

Scheda: Mark Gardener

Pubblicazione: 10 Marzo 2007

File under: ballads

Stefano Renzi
Stefano Renzi (Album 2007)

copertina pdf #91