Una band che rumina in un mondo che morde, sbrana e succhia: niente male come biglietto da visita. Così come l'immagine del pipistrello della frutta, con quegli occhietti dolciastri che sublimano la minaccia vampiresca dell'aspetto. Insomma, siamo qui a parlare del terzo album griffato Sub Pop per i Fruit Bats, gruppo losangelino capitanato da Eric D. Johnson, cantante, chitarrista e songwriter, già al lavoro come sideman per gli Shins e Vetiver.
Questo The Ruminant Band è un disco che si tiene alla larga dalle linee del fronte, si adagia in un presente sospeso tra nostalgia e morbidezza, beandosi alla luce fragrante dell'alba e ad un venticello carezzevole, cavalcando marcette country folk, stomp sbrigliati e aciduli languori variegati pedal steel. Una voce a suo modo generosa, quella di Eric, però come di cartapesta, versatile ma in qualche modo incapace di raggiiungere una reale intensità.
Alla fine, che dire, si rivela adatta a questo regime sonoro di poche pretese, in disinvolto disimpegno tra Al Stewart e i Rolling Stones di Exile On Main Street (Tegucicalpa), con la fibra friabile CSN strattonata power pop (The Blessed Breeze), col calore acustico un po' stopposo e vagamente George Harrison (Beautiful Morning Light), con lo stomp brioso come potrebbe uscire da una jam garrula tra Paul Simon e la Band (The Hobo Girl), con le fregole country dinoccolate da nipotini garruli di Traffic e Grateful Dead (nella title track).
Permettendosi con nonchalance di citare Don't Pass Me By - uno di quei siparietti beatlesiani affidati a Ringo Starr - in Being On Our Own, dove ovviamente il canto di Johnson sta come un pisello nel baccello. Come del resto nel bignamino soul Van Morrison piano-voce più fruscii pseudo lo-fi della conclusiva Flamingo. Tutto funziona, tutto scorre. Tutto si rumina.
(6.9/10)
Scheda: Fruit Bats
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