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Self titled Yes
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Progressive rock Voti redazione e staff

Yes

Self titled

Atlantic Records

1969. Siamo alle soglie del decennio più florido della storia del rock. E in parte ci siamo già dentro.

L’uso di strumenti non convenzionali, la sperimentazione sulle forme, la dilatazione del tempo musicale a discapito dei classici tre minuti circa della forma canzone standard, già cominciava a presagire, negli ultimi anni ’60, il fermento che nasceva dall’estensione del concetto di libertà compositiva a generi, come il pop e il rock, per lo più nati e cresciuti sotto l’ala possessiva del mercato musicale. La nascita delle etichette indipendenti e delle radio libere rappresentava un po’ la causa e un po’ l’effetto di questo processo di “liberazione” in cui gli stili si moltiplicavano a dismisura e il rock cominciava ad essere meno auto-referenziale e si apriva alle influenze più disparate.

Gli Yes nascono proprio in questi anni rivoluzionari, di cui fin troppo si è detto, quando il germe del rock progressive era già stato gettato: i riferimenti a Bach nei Procol Harum e nei Jethro Tull, il sitar di George Harrison, le suite dei Nice di Keith Emerson, avevano già tracciato la strada verso le “magnifiche sorti progressive” del rock. A porre la definitiva pietra miliare su questo cammino sarà proprio il rock degli Yes, definito sinfonico non tanto per l’impiego dell’orchestra, quanto per il modo di comporre le varie parti e di arrangiarle.

Lontano dai virtuosismi pomposi degli album successivi al Yes Album (e quindi dopo l’arrivo di Steve Howe e Rick Wakeman), l’esordio della band britannica (ripubblicato nel 2003 in edizione ampliata con interessanti inediti) contiene già tutti gli elementi fondanti del suo stile: arrangiamenti molto corposi, cori sofisticati, improvvisazioni jazz-rock e uno spiccato senso per la melodia pop. Non siamo certo ai livelli di Fragile o di Close To The Edge, certo. La musica risente ancora molto di certi approcci hard rock in stile primi Deep Purple e soprattutto dell’influenza marcata di gruppi come Byrds e Beatles. E’ proprio a loro che la band dedica le due cover presenti nel disco: I See You sfrutta gli spunti più psichedelici dei Byrds per ampliarli e rielaborarli, infarcendoli di parti improvvisate, mentre Every Little Thing, con la sua lunga introduzione free-form, conserva dell’originale dei Fab Four solo le fondamenta melodiche, aggiungendovi ironicamente citazioni da Day Tripper.

Se si vuole cercare in questo album il futuro della band è in brani come Beyond And Before, Looking Around e Survival che si trova la perla del progressive anglosassone: sviluppi tematici, tempi composti, melodie costruite con un’abilità che denota grande conoscenza dell’artigianato musicale, strutture che sfuggono alle briglie della forma canzone. Ma c’è spazio anche per momenti decisamente più pop, seppure dai toni alquanto avant, della ballata Yesterday And Today, sorta di preludio a quella Time And A Word che di lì a poco accompagnerà il successo commerciale della band.

La chitarra di Peter Banks non è paragonabile a quella di Steve Howe, ma ci assomiglia molto, con quel suo tocco un po’ sporco e molto jazzato. Certo, mancano le classicheggianti fantasie di Wakeman, ma a volte questo è perfino un bene, che rende più sobria la musica, privandola di inutili orpelli. E nella sua essenza la musica degli Yes conserva ancora un equilibrio e una ricchezza di idee disarmanti. Il dado è tratto. Il progressive è nato da poco e già cammina con le proprie gambe. Indietro non si può più tornare.

(7.5/10)

Scheda: Yes

Pubblicazione: 01 Febbraio 2005

File under: Progressive rock

Daniele Follero

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