Che lo si consideri il canto del cigno di una band che aveva esaurito la sua carica espressiva, o semplicemente il cambio di pelle di una creatura in continua mutazione, sta di fatto che Western Culture rappresenta l'ultimo capitolo del “collettivo” Henry Cow, termine che meglio si addice ad un progetto “aperto” che ha fatto della trasformazione la sua più importante caratteristica. Un solo capitolo, comunque, di un libro che di lì a poco sarebbe continuato con altri nomi (Art Bears, Cassiber e via dicendo), senza tuttavia tralasciare l'approccio avanguardista e “di opposizione”, già punto di partenza del nucleo originario. Abbandonata momentaneamente la voce di Dagmar Krause (che si sarebbe presto riunita a Frith e Cutler per formare gli Art Bears) e conclusa l'esperienza di fusione con gli Slapp Happy, il quartetto (con Lyndsay Cooper ai fiati, Chris Cutler alla batteria, Hodgkinson arrangiatore e polistrumentista e Fred Frith alla chitarra) chiude in bellezza i suoi quasi dieci anni di attività con un disco che è la logica conclusione di un percorso artistico partito dal jazz-rock e approdato ad una musica sempre più concettuale e sempre meno legata ad un genere ben preciso.
Western Culture è senz'altro l'album più difficile, la scommessa più azzardata della band britannica, il più vicino ai metodi compositivi della musica “colta”, dichiarazione esplicita e critica allo stesso tempo, di appartenenza alla cultura occidentale, profonda analisi sonora della società industriale, nell'epoca più decadente del capitalismo mondiale, che proprio alla fine degli anni '70 viveva il suo momento più difficile. Lasciata la Virgin per motivi strettamente ideologici, nel momento in cui la label, dopo il suo periodo di grande disponibilità e interesse verso il progressive, muoveva i primi passi verso il suo futuro da grande major iper-commerciale e in attesa di dare vita alla Recommended Records (ReR), divenuta poi la casa comune della comunità di Rock In Opposition e più in generale degli artisti coerentemente indipendenti, Western Culture esce per la Broadcast, piccola etichetta fondata da loro stessi con l'intento di svincolarsi il più presto possibile dalle ridicolaggini della ormai celebre etichetta inglese.
La totale libertà compositiva del quartetto si esprime qui nella sua essenza, intervenendo sulla forma e sui contenuti, estremizzandoli. Due lunghe suite, che sintetizzano in maniera eccellente le due anime della band: History & Prospects porta la firma di Hodgkinson e già dai titoli presuppone il lato più “marxista” (oddio, non credo che accetterebbe questo aggettivo, bastian contrario com'è) di questa sorta di analisi sociologia in musica. Industry, The Decay Of The Cities, richiamano esplicitamente la decadenza delle grandi città, culla del capitalismo e vetrina del mondo moderno e la partitura (tipica dello stile dell'autore) ben si addice, nel suo incedere frastagliato e scomposto, alla schizofrenia del mondo occidentale. Le industrie e i grattacieli crollano metaforicamente sotto i colpi della chitarra-percussione di Frith e le punteggiature dei fiati e della batteria, quasi fossero proiettili sparati a cadenza irregolare.
Di più ampio respiro la seconda suite, Day By Day (scritta dalla Cooper), che, nei quattro episodi che la costituiscono, lascia più spazio ai fiati e alle trame contrappuntistiche. Ne deriva un' atmosfera più compatta, meno frastagliata della precedente e più legata ad un sound tipicamente rock progressive, almeno per quello che riguarda le parti tematiche. Per il resto anche in questo caso, i cambi rimangono bruschi e alla fine si scopre di trovarsi di fronte ad una successione di quadri sovrapposti che si intersecano melodicamente gli uni con gli altri, come in una sorta di sinfonia mahleriana (massì, azzardiamo!) in cui tutto è legato ma non secondo la semplice logica compositiva dello sviluppo tematico.
Cala il sipario, dopo poco più di una trentina di minuti, su una delle realtà musicali più interessanti degli anni settanta. Senza rancori, né rimpianti, così come si era aperto. Anche perché il sipario, in realtà, in quanto simbolo di divisione tra realtà e spettacolo, questi geniali ex-studenti di Cambridge, non lo avevano mai neanche immaginato, provando a smontare pezzo per pezzo il teatro dello show business, senza la speranza né l'intenzione di riuscirci. Semplicemente rimanendo se stessi e custodendo gelosamente le proprie idee, di cui oggi, per nostra fortuna (e grazie ad una mai sopita loro ispirazione) possiamo ancora godere appieno.
(8.0/10)
Scheda: Henry Cow
Abbonati al feed di Daniele Follero