Recensione
Trampin' Patti Smith
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Folk Voti redazione e staff

Patti Smith

Trampin'

Columbia Records

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Leggevo in un forum una richiesta di chiarimenti circa il significato di "urgenza espressiva", formuletta pare molto impiegata dalla categoria dei recensori. Quanto a me, nel mio piccolo, posso confermare e confessare di farne uso con una certa frequenza.


Se in quel momento non mi sembrava il caso di intervenire per dare una risposta, adesso ne avrei una comoda. Basterebbe cioè confrontare la differenza che passa tra questo Trampin' ed uno qualsiasi dei primi quattro titoli della discografia di Patti Smith per squagliare ogni dubbio come neve al sole.

Se infatti la scrittura di queste undici tracce restituisce la (ex) sacerdotessa del rock ai livelli che più le competono, e a cui non si è più neppure avvicinata nei cosiddetti dischi "del ritorno" (non certo in Dream Of Life, meno che mai nei volenterosi ma confusi lavori dell'ultimo decennio), si avverte con chiarezza il fiato corto di chi non ha - perché non le conosce, perché vive ad altre frequenze - le chiavi del presente, e quindi si limita ad osservare/sbraitare da un pulpito piuttosto desueto nonché defilato.

Eh sì, è distante la signora Smith, per quanto si ostini a scrutare nel cuore dell'oggi, per quanto dedichi la sua esistenza ad indagarne le ragioni (anche dipingendo, come fa da anni con dignitosi riscontri di critica). I suoi modi sono gli stessi di molti, troppi anni fa, già a quei tempi a dire il vero sapientemente datati (sorta di figlia dei fiori sbatacchiata nel marciume dei marciapiedi newyorkesi, dove l'arte germinava spontanea camminandoti accanto trucida, tenera e minacciosa) però in qualche modo redenti - tataaaa - da una urgenza espressiva che si chiamava new wave.

Ed accadeva allora, proprio allora, solo allora.
Oggi Patti è sempre lei, in gran forma, asciutta e combattiva, ma il suo habitat si è dissolto, svaporato. Comprensibile dunque che almeno musicalmente cerchi rifugio in una dimensione a suo modo "classica" e quindi inattaccabile. Sorta di country rock più o meno elettrificato con qualche sbavatura wave e psych, memore in primis dei Crazy Hose (per l'irruenza fibrosa e a tratti scomposta) ma anche di Jefferson Airplane (per una certa tensione svisante e visionaria), ma anche e più classicamente di tanta "americana", da John Mellencamp a Tom Petty (bastino le due tracce d'apertura, in particolare l'uso del fiddle in Jubilee e l'hammond in Mother Rose).

Un gran miscuglio di poesia e impeto ipercollaudati, che tuttavia imbrocca la giusta miscela, insomma funziona, assolvendo le canzoni dalla leziosità bituminosa delle precedenti opere. Ascoltate la declamatoria teatrale di Radio Baghdad e Gandhi, ascoltate Patti fendere i flutti della retorica (nella quale si tuffa senza ritegno) con invasamento torrido e statuario, spinta da una concitazione sulfurea di chitarre e drumming vigorosamente sbrigliati.
E già che ci siete verificate come e quanto quadrino i conti di Stride Of The Mind, le corde accese, farfisa e armonica a dipingere un quadretto un po' Lou Reed di mezzo, un po' Stranglers, un po' Dream Syndicate.

E via andare col country rock di My Blakean Year stemperato da una chiosa ossessiva d'archi, oppure con le ombrose cedevolezze folk di Peaceable Kingdom e Trespasses vicine a certe penombre dello Springsteen "maturo", o ancora col più classico dei mid tempo dettato dall'austera amarezza di Cash.

Curioso il valzerone Cartwheels, arpeggi da carillon sabbioso, organo, fugaci coretti angelici e stridio di corde come un rimasuglio mnemonico Sonic Youth, mentre al contrario la title track - posta in chiusura di programma - sceglie la linea della sobrietà, soltanto voce e piano, quest'ultimo suonato dal giovane rampollo di casa Smith, Jesse Lee, per un'aria chapliniana che è forse l'idea più azzeccata del programma.

Concludendo, è forse il miglior disco che Patti avrebbe mai potuto licenziare, ben scritto, ben suonato, ben registrato, interpretato nell'unico modo possibile. Non sa emozionare quanto vorrebbe per le ragioni che ho più su tentato di esplicare, e questo è quanto. Anzi no, mi è rimasto da dire un'ultima cosa: avrà sempre il mio rispetto, signora Smith.

(6.2/10)

Scheda: Patti Smith

Pubblicazione: 12 Aprile 2004

File under: Folk

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