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Other Side Of This Life Fred Neil
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Folk Voti redazione e staff

Fred Neil

Other Side Of This Life

Capitol

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Fortuna che esistono lavori come Other Side Of This Life, meraviglioso seppur raffazzonato alla meglio dalla Capitol per ovviare alla volontaria (e definitiva) eclisse di Fred Neil, un conglomerato di ritagli e frattaglie però graffiante e poetico, scorbutico e toccante, in una parola: bellissimo. Eppure non proprio un disco celebre né celebrato. Colpa, certo, della cifra artistica di Fred, della sua ritrosia genetica, della voce troppo piena di tenebre, virile e profonda, per nulla consolatoria. Una voce-oceano, una voce-tronco, una voce-tempio in cui celebrare il proprio fosco amore di vita: perché quando si scrivono canzoni così, si deve amarla per forza, la vita.

Stiamo parlando di oro e fiele, ambrosia e veleno, crudo alito d’anima, la nebbia perfetta in cui scomparire. Una nebbiolina madreperla, gentile e appiccicosa, come quella di Ba-De-Da: due voci (l’altra è del vecchio compare Vince Martin assieme al quale nel ’64 aveva esordito realizzando l’ottimo Tear Down The Walls) che tirano in piedi una malinconia tropicale, dolciastra, sfrangiata ai bordi da un irrequieto razzolare di corde. Sì, vi siete ricordati bene, di questo pezzo ne ha fatta egregia versione Mark Lanegan in I’ll Take Care Of You. Tanto per chiarire le coordinate.

Delle undici tracce in programma, le prime sei furono registrate durante un live acustico all’Elephant, nei pressi di Woodstock, con l’accompagnamento del solo Monte Dunn (già chitarrista per Tim Hardin). La qual cosa non toglie un grammo alla definizione, alla potenza, allo splendore dei pezzi. Perché Fred era di quelli che sapeva suonare e - oh sì – cantare con la naturalezza di un animale sonoro. Prendete, tanto per dire, Roll On Rosie, dove le due chitarre sono un ritmo ruvido e un volteggiare argentino, dove il caracollante incedere del canto palpeggia un ventre di cielo basso e il blues è una strada inghiottita dal buio.

Non fai in tempo a riprenderti che t'investe The Dolphins: d’accordo, l’interpretazione licenziata da Tim Buckley nel Dream Letter è uno dei luoghi assoluti della meraviglia, ma quella di Neil (che d’altronde ne è l’autore) mastica il margine scuro della penombra, smeriglia una solennità cupa, stende consonanti strappate ad un sogno nero, si lascia indovinare fragile come una speranza sul punto di arrendersi. Altrove l’aria è più classica: vedi il caso Sweet Cocaine, blues dal passo sornione e il piglio pungente, il cui sarcasmo nero vibra cinico e amaro come certi quadretti loureediani.

E cosa dire della successiva Everybody’s Talking, il pezzo per eccellenza di Fred cui spettò il successo planetario nella ben più potabile interpretazione di Harry Nilsson (aggrappata alla colonna sonora di Un Uomo Da Marciapiede)? Trovate qui una versione dimessa, tremolante (Dunn s’inventa calligrafie ora ombrose e ora cristalline), le terse volute della melodia – sorta di stornello bluesato – che declinano verso uno spengersi mesto, ingoiate da uno spleen ostile alla spensieratezza, in un esercizio di realismo che schianta a terra ogni sussiego.

Discorso assai simile a quello che si delinea nella classica Ya Don’t Miss Your Water, reperto di studio con Gram Parsons (non so se mi spiego) ospite al piano e al backing vocals: se confrontato con la visionaria lettura dei Byrds, il pezzo ne esce come dissanguato, disossato, indolenza pura e agghiacciante (il cuore che inciampa sull’incresparsi della voce di Neil, mentre l’ex Burrito Brothers spande volute ectoplasmatiche da mozzare il respiro). Anche così, basta e avanza. Cioè, no, permettetemi un ultimo appunto riguardo a quella Come Back Baby che si lascia trascinare blandamente dal piano jazzy di Les McCann: del canto scorgiamo qui le venature più vivide, il gusto per la dinamica viscerale, quel salire potente che slitta improvviso in dense sfumature, concludendo frasi su improvvise espettorazioni, come vocalizzi di sollievo, come emozioni che hanno trovato la strada.

Segnali di fumo, cortina su cui proiettare il vostro lungometraggio preferito. Ovvero voi stessi, all’improvviso.

(8.2/10)

Scheda: Fred Neil

Pubblicazione: 13 Agosto 2009

File under: Folk

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Stefano Solventi

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